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recensioni
VINCENZO SARDELLI DAVANTI AL PINOCCHIO DI ALBANESE E AL TOTO' DI KUZIBA
Burattini, alberi e ribelli. Dal Pinocchio di Compagnia del Sole al Totò di Kuziba Teatro: la letteratura prende corpo nell’estate puglies

Il teatro estivo sembra tornare naturalmente alla sua origine: la piazza, il bosco, l’aia, il legno, gli oggetti poveri, i corpi esposti, la prossimità con gli spettatori. È un teatro che non ha bisogno di nascondere la propria macchina scenica, perché proprio quella macchina – visibile, artigianale, imperfetta – genera la meraviglia.
Nella seconda metà dell’estate pugliese, due spettacoli molto diversi sembrano incontrarsi proprio su questo terreno comune: Le avventure di Pinocchio – Raccontate da lui medesimo della Compagnia del Sole, diretto e interpretato da Flavio Albanese, e Totò degli alberi di Kuziba, scritto e diretto da Bruno Soriato. Il primo al festival “O ciel lucente” di Ostuni attraversa Collodi mescolando varietà, teatro di figura, commedia dell’arte e una satira sorniona del presente; il secondo, a Trepuzzi per la rassegna “Un teatro nel Bosco” curata da Factory e BlaBlaBla, prende le mosse da Calvino e dal Barone rampante per costruire un teatro verticale, a tratti acrobatico, immerso nel bosco.
Sono due spettacoli che arrivano dalla letteratura, ma non intendono illustrarla. La fanno accadere. La trasformano in corpo, voce, musica, legno, stoffa, acrobazia. E soprattutto la usano per parlare di una scelta sempre contemporanea: la possibilità di dire no.
Pinocchio e Totò sono due ribelli. Due creature che non accettano il mondo così come viene loro consegnato. Il burattino di Collodi lo attraversa inciampando continuamente nelle conseguenze delle proprie scelte; Totò, alter ego di Cosimo Piovasco di Rondò, decide invece di sottrarsi alla terra e alle sue regole, scegliendo gli alberi, un’altra prospettiva.

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Uno corre via, l’altro sale. Uno è tutto movimento orizzontale, l’altro cerca una libertà verticale. Entrambi mettono in crisi l’ordine costituito.
È forse questo il primo punto di contatto tra i due spettacoli: la ribellione come gesto teatrale.
All’Aia Carlo Formigoni, fra pietra, terra rossa, ulivi e mandorli, Pinocchio arriva come a una festa paesana. Non è il burattino da museo, impolverato e reverente. È un guitto già formato, un istrione da sagra che si racconta, si contraddice, provoca il pubblico e lo trascina dentro le proprie peripezie. Flavio Albanese è insieme attore, narratore, burattinaio e direttore d’orchestra. Entra in scena vestito di bianco, conduce il gioco, disegna con i gesti tempi e ritmi, convoca il pubblico come un coro. Poi il bianco lascia spazio al nero e il domatore diventa burattinaio, il narratore personaggio, il personaggio narratore.
La forma stessa dello spettacolo è un piccolo manifesto di libertà. Non c’è un solo linguaggio: ci sono il teatro di figura, il varietà, la commedia dell’arte, l’opera, la musica dal vivo. La partitura di Fiorenzo Carpi, eseguita al pianoforte da Roberto Salahaddin Re David, accompagna l’azione e insieme la respira. La celebre musica del Pinocchio televisivo di Comencini diventa così materia teatrale rinnovata.
E poi ci sono gli oggetti: il grande burattino di Renzo Antonello, la maschera dell’asinello di Luigia Bressan. Oggetti che descrivono il mondo mentre lo evocano. È l’artigianato teatrale nella sua forma più concreta. Un pezzo di legno può diventare Pinocchio; una maschera può trasformare un corpo; un pianoforte può diventare orchestra; la voce di un attore può contenere un intero paese.

Qualcosa di simile accade in Totò degli alberi, ma qui la macchina scenica diventa addirittura il cuore dello spettacolo. Nel Boschetto di San Vito, a Trepuzzi, prima ancora che cominci la rappresentazione, c’è già il teatro. Un piccolo teatro di legno itinerante, costruito nel bosco, a due piani, con qualcosa del Globe e qualcosa della baracca dei girovaghi. In cima, un lampadario scalcinato: una luce povera e preziosa, quasi un amuleto.
Per entrare gli adulti devono piegarsi. È un gesto semplicissimo e insieme programmatico. Bisogna abbassare la testa, flettere le ginocchia, ridurre per un momento la propria misura adulta. Il teatro diventa una soglia. Per entrare nella fantasia bisogna tornare all’altezza del bambino.
Se Pinocchio riporta il burattino nel luogo da cui proviene – il legno, la terra, la festa, la comunità – Kuziba costruisce invece un teatro che sembra esso stesso un albero. Gli spettatori sono dentro la scena, a distanza ravvicinata. Dall’anello superiore penzolano gambe, piedi, corpi. Bambini sospesi come frutti. Facce che compaiono e scompaiono. Il pubblico guarda lo spettacolo mentre lo abita. La musica di Mirko Lodeto rapisce dentro un frullatore onirico.
E così la natura, in entrambi i casi, da sfondo decorativo diventa drammaturgia.
Gli ulivi e i mandorli dell’aia di Formigoni fanno da quinta naturale alle avventure del burattino. A Trepuzzi il bosco diventa invece una prosecuzione della scena, mentre la costruzione lignea trasforma l’albero in teatro e il teatro in casa. In entrambi gli spettacoli il paesaggio pugliese condiziona la rappresentazione, la colora e ne modifica la percezione.
È forse anche per questo che queste due esperienze appartengono pienamente a una certa idea di teatro estivo: un teatro che esce dagli edifici deputati e torna a cercare luoghi, comunità, paesaggi. E si lascia contaminare dalla pietra, dalla campagna, dal bosco, dalla luce naturale, dall'aria della sera.
Pinocchio e Totò condividono il gesto della ribellione in modo molto diverso.

Pinocchio è un ribelle inconsapevole, spesso ingenuo. Dice no, ma altrettanto spesso si lascia sedurre. Il Paese dei Balocchi, il Campo dei Miracoli, il Gatto e la Volpe sono tentazioni che appartengono a una grammatica antica e che lo spettacolo di Albanese riporta continuamente nel presente, con qualche buffa forzatura. La Volpe può pronunciare il cinico «con la cultura non si mangia»; le battute possono evocare la politica italiana contemporanea, da Meloni a Mattarella, dalla remigrazione di Vannacci all’ombra del trumpismo. Ma sempre con il tono del guitto, con la satira che entra nella festa senza trasformarsi in comizio.
Totò, invece, fa della ribellione una scelta. Rifiuta. Sale. Si sottrae. La sua disobbedienza è verticale. L’albero diventa una posizione esistenziale prima ancora che geografica. Salire significa guardare il mondo da un’altra prospettiva, sottrarsi ai ruoli già assegnati, alla gravità delle cose già dette.
E allora il volo non è soltanto acrobazia. È immaginazione. È la possibilità di non coincidere con ciò che gli altri hanno stabilito che dobbiamo essere.
Anche qui la letteratura non viene messa in scena in modo didascalico. Il Barone rampante è una costola, non un copione da illustrare. Calvino passa attraverso i corpi degli interpreti, attraverso gli oggetti, le gag, gli inciampi, la musica, i costumi consunti. La stramba famiglia di teatranti prova a mettere in scena il romanzo e non riesce ad andare oltre il prologo. Litiga, rifiuta. E proprio nel fallimento della rappresentazione nasce lo spettacolo.
È una delle intuizioni più belle di Kuziba: il teatro può cominciare quando il testo si inceppa.

Da una parte Albanese moltiplica le voci, le posture, gli accenti – dal toscano al milanese, dal napoletano al barese, fino al francese maccheronico – e convoca nella sua sarabanda Totò, il varietà, il Trio Lescano, Dante, Leopardi. Un pastiche a volte scomposto, che libera la risata. Dall’altra gli interpreti di Kuziba – Livio Berardi, Massimiliano Di Corato, Adriana Gallo, Bruno Ricchiuti e Rossella Tamborra – costruiscono un universo fisico nel quale acrobazia, teatro di figura, circo contemporaneo e gioco infantile si contaminano continuamente.
Sono due spettacoli fatti a mano.
E questa dimensione artigianale è forse il loro punto di contatto più profondo. In un tempo nel quale il teatro può affidarsi sempre più facilmente a dispositivi tecnologici e immagini preconfezionate, qui la meraviglia nasce da una cosa costruita, manipolata, indossata, suonata. Un burattino gigante. Una maschera. Un costume consunto. Un teatro di legno. Un lampadario scalcinato. Un pianoforte. Un corpo che sale.
La povertà dei mezzi non coincide con la povertà dell’immaginazione. Al contrario: la costringe a inventare. E in questo passaggio dalla pagina alla scena c’è forse il vero significato comune di Pinocchio e Totò. La letteratura diventa materia da mettere nuovamente in circolo. Collodi e Calvino vengono presi, smontati, traditi, giocati, riscritti attraverso i corpi.
Pinocchio deve imparare a diventare bambino senza smettere del tutto di essere burattino. Totò deve imparare a stare nel mondo senza accettarne necessariamente le regole. Entrambi ci ricordano che crescere non significa soltanto adeguarsi. Che l'immaginazione può essere una forma di disobbedienza. Il teatro, quando conserva il gusto del gioco, può ancora aprire una possibilità.
Alla fine, il burattino di Albanese torna quasi a casa, nel paesaggio pugliese dove il legno incontra la terra. E il Totò di Kuziba continua a guardare il mondo dall’alto, dentro un piccolo teatro che sembra un albero.

Due direzioni opposte: uno corre, l’altro sale. Entrambi cercano la stessa cosa: uno spazio di libertà.
E forse è proprio questo che il teatro può fare, soprattutto d’estate, quando il confine tra scena e paesaggio si assottiglia. Può portarci fuori dalla misura abituale delle cose. Può farci guardare un albero come una casa, una casa come una scena, una scena come un bosco, un bosco come una pagina. E una pagina, finalmente, come un corpo capace di prendere il volo, nel magnifico catorcio poetico di Kuziba.

VINCENZO SARDELLI
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