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Eolo
recensioni
LO SGUARDO DI EOLO SU COLPI DI SCENA 2026
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI MARCO NICOSIA E ROSSELLA MARCHI


Da martedì 23 a venerdì 26 giugno si è svolta, tra Forlì e Faenza, la quattordicesima edizione di Colpi di Scena, la vetrina biennale dedicata alle nuove produzioni di teatro per le nuove generazioni, organizzata da Accademia Perduta/Romagna Teatri in collaborazione con il Comune di Forlì e con il sostegno della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì. Sotto la direzione artistica di Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, la manifestazione ha presentato quindici spettacoli, tra cui numerose prime e anteprime nazionali, selezionati tra oltre 140 candidature provenienti da tutta Italia. Proprio questa significativa presenza di debutti rappresenta uno degli aspetti più preziosi della manifestazione: osservare uno spettacolo nel momento della sua nascita significa incontrare un'opera ancora in maturazione, che potrebbe portare con sé qualche fragilità ma anche la forza della ricerca, il coraggio della sperimentazione e la promessa di un percorso futuro. Alcuni dei lavori presentati mostravano infatti una materia ancora in assestamento, destinata certamente a maturare attraverso l'incontro con il pubblico e con le repliche ma proprio questa è stata l’occasione preziosa di questa vetrina: ricordare quanto sia importante il lavoro dell'operatore e dell'operatrice culturale nell'accompagnare gli artisti e le loro opere nel tempo delicato della loro crescita. Pur in condizioni climatiche particolarmente impegnative, che hanno richiesto uno sforzo notevole agli artisti, agli organizzatori e agli operatori presenti, la manifestazione si è svolta con la consueta cura organizzativa che da anni contraddistingue Accademia Perduta. E, come sempre, la tradizionale festa conclusiva ha regalato a tutti un tempo di leggerezza e di autentica convivialità. Immersi nella quiete della campagna romagnola, una banda trascinante ha invitato tutti a ballare, mentre il tuffo finale in piscina è diventato il gesto liberatorio con cui artisti, operatori e organizzatori hanno salutato insieme un'altra edizione di “Colpi di Scena”: perché anche la leggerezza è un modo per sentirsi comunità, soprattutto per un'arte lavorativa così difficile da intraprendere come quella teatrale.
Di seguito proveremo a restituire uno sguardo su una parte degli spettacoli presentati, nella consapevolezza che osservare un debutto significa, prima ancora che esprimere un giudizio definitivo, accompagnare la nascita di un percorso artistico.


TUBI/ Sosta Palmizi - Dadodans
DI QUERCE, DI NUBI,DI STELLE / Elsinor

Due gli spettacoli, entrambi senza parole, presenti al Festival che, tra danza e gestualità, hanno coinvolto il pubblico degli spettatori e delle spettatrici più piccoli: “Tubi” di Sosta Palmizi, coprodotto con il gruppo olandese Dadodans e “Di querce, di nubi, di stelle…” di Elsinor con l’ideazione e la regia di Giuditta Mingucci, che ha visto come protagonista il performer Jon Beney. In ambedue gli spettacoli i piccoli spettatori e le piccole spettatrici vengono attratti e coinvolti dai materiali che invadono la scena e che di volta in volta assumono significati diversi, rispecchiando nel contempo i sentimenti degli artisti capaci di riverberarsi sul piccolo pubblico che vive le proprie emozioni a stretto contatto con la performance. In “Tubi”, nato con la collaborazione di Giorgio Rossi e con in scena due danzatrici italiane Alessandra Rossi e Elisa Spina che riprendono una coreografia dell’artista italo olandese Gaia Gonelli, sono appunto tubi di cartone di tutte le dimensioni che attraverso le relazioni e le emozioni delle due danzatrici diventano protagonisti della scena. Accompagnati dalla musica di Wiebe Gotnik, semplici tubi di cartone riescono a porre domande e a suggerire riflessioni sullo stare al mondo nel positivo rapporto con chi ci sta intorno. Più sofisticato è invece” Di querce, di nubi, di stelle…”, dove protagonisti sono semplici fogli di carta, sagomati come pagine di un libro e reinventati dalla sensibilità di Federico Biancalani. Nelle mani del performer inglese quei fogli cessano di essere oggetti inerti: si piegano, si moltiplicano, si separano e si ricompongono, dando continuamente vita a forme e paesaggi inattesi che, sulle musiche originali di Davide Arganini, trasformano senza sosta lo spazio scenico. Lo spettacolo invita bambine e bambini a esercitare lo sguardo prima ancora dell'interpretazione. Le immagini che prendono forma non cercano significati univoci né impongono una lettura prestabilita; al contrario, aprono un campo di possibilità in cui ciascuno è libero di lasciarsi guidare dalle proprie associazioni e dall'immaginazione scoprendo come anche il più semplice dei materiali possa custodire un mondo inatteso.

GIRAFFE/Teatro Viola con il sostegno di Cranpi - Fondazione TRG

L'interesse che aveva già animato “Creature di piante, insetti e umano cuore” di Teatro Telaio, dedicato alla naturalista Maria Sibylla Merian, ritorna anche in “Giraffe”, progetto di Federica Migliotti per Teatro Viola, sostenuto da Cranpi / Fondazione TRG e interpretato da Grazia Capraro, con le scene e le luci significative di Michelangelo Campanale. Anche in questo caso, infatti, il centro del racconto è una straordinaria figura femminile della scienza: Anne Innis Dagg, pioniera della zoologia osservativa, che negli anni cinquanta sfidò, da donna, convenzioni sociali e pregiudizi di genere per studiare le giraffe nel loro habitat naturale. Lo spettacolo ne ripercorre il cammino fin dall'infanzia, quando rimane incantata dalla visione di quell'animale dal collo lunghissimo, fino alla decisione, a soli ventitré anni, di partire da sola per il Sudafrica. Un viaggio che non rappresenta soltanto la realizzazione di un sogno personale, ma apre nuove prospettive nella ricerca scientifica, anticipando metodi di osservazione che diventeranno fondamentali per l'etologia moderna. Per accompagnarci dentro il suo mondo e restituirci il contesto storico in cui la vicenda si svolge, la regista e autrice Federica Migliotti intreccia la narrazione con preziosi materiali d'epoca proiettati sul grande schermo alle spalle dell'attrice: fotografie originali, appunti scientifici, documenti e ambientazioni sonore immersive che ci trasportano nella savana, tra le giraffe tanto amate dalla ricercatrice, rendendo tangibile il legame profondo che Anne instaurò con questi animali e permettendo al pubblico di condividere le sue emozioni e il suo sguardo. Se la prima parte dello spettacolo risulta particolarmente efficace nel raccontare la nascita della passione di Anne Innis Dagg per il misterioso universo delle giraffe e il coraggio con cui affrontò un ambito di ricerca allora riservato quasi esclusivamente agli uomini, la seconda parte, che la vede finalmente libera di dedicarsi al lavoro sul campo tanto desiderato, meriterebbe, a nostro avviso, di essere ulteriormente sviluppata. Un maggiore approfondimento sul suo viaggio, sulle pratiche di osservazione e l'originalità del suo metodo di ricerca consentirebbe infatti di restituire con ancora più forza la portata innovativa del suo contributo scientifico. Resta però intatta l'emozione che lo spettacolo riesce a trasmettere ai bambini e alle bambine: uno sguardo che diventa una felice metafora della stessa Anne Innis Dagg, che seppe vedere oltre i limiti imposti dal suo tempo, aprendo nuove prospettive tanto nella scienza quanto nella società.

NOTTURNA/ Nadia Milani- Accademia Perduta Romagna Teatri
GLI STUPIDI SOGNI DI MORGAN / Matteo Sintucci e Rita Castaldo

Due, soprattutto, sono gli spettacoli che ci hanno fatto tornare a riflettere sulla potenza arcana del Teatro di Figura: “Notturna” di Nadia Milani e “Gli stupidi sogni di Morgan” di Matteo Sintucci e Rita Castaldo. Dopo “Bella Bellissima”, Nadia Milani rafforza un percorso artistico ormai riconoscibile, attraverso la drammaturgia della fidata Beatrice Baruffini e il linguaggio del Teatro di Figura che più le appartiene. Nasce così “Notturna”, produzione di Accademia Perduta/Romagna Teatri, le cui immagini sono attraversate dalle evocative musiche originali di Andrea Ferrario. Se nel precedente spettacolo erano tre le animatrici in scena, qui tutto è affidato a una sola interprete, la generosa Eleonora Mina che, muovendo pupazzi e trasformando all'occorrenza il proprio corpo attraverso l'uso di maschere dalla fisionomia davvero interessante, riesce a dare vita a un universo poetico di sorprendente ricchezza, coinvolgendoci non solo nel racconto ma anche nelle emozioni profonde di una storia che parla di paura, esclusione e discriminazione. Nel piccolo paese bianco tra due valli, ricostruito con raffinata essenzialità dalle scene di Alessia Dinoi, gli abitanti vivono nel timore di una misteriosa vecchia che abita, sola, in una casa nera poco distante dal villaggio. Nessuno la conosce davvero e proprio l'ignoranza alimenta il sospetto: il sentito dire si trasforma presto in leggenda e la donna finisce per essere considerata una strega. Consapevole di incutere paura a causa del proprio aspetto, la protagonista sceglie allora di uscire soltanto al calare del sole, confondendosi con il buio della notte. Finché un giorno, davanti alla sua casa, compare un gatto nero, spelacchiato e dalla coda storta, imperfetto quanto lei. La donna lo accoglie e, insieme a lui, arrivano poco a poco altri animali accomunati dalla stessa sorte: tutti neri, tutti diversi, tutti segnati da qualche fragilità. C'è un corvo che non sa gracchiare, un maiale nero che profuma di violetta, un gorilla privo di forza, un cavallo incapace di saltare, una formica che perde continuamente la strada, poi ancora un pavone, una pantera, un gallo, un serpente, un topo. Creature che il pregiudizio vorrebbe mostruose ma che trovano finalmente un luogo in cui essere accolte. La casa della vecchia diventa così il rifugio dell'imperfezione. Ogni stanza si apre per ospitare qualcuno e quella comunità di esclusi, con le proprie differenze e i propri versi così dissonanti, scopre di poter dare vita, insieme, a un'armonia inattesa. È una delle immagini più riuscite dello spettacolo: quella straordinaria sinfonia di suoni animali che, crescendo progressivamente, assume la forza di una vera esplosione orchestrale, quasi una gioiosa sinfonia beethoveniana. Sarà una bambina, spinta dalla curiosità, a infrangere per prima il muro della paura. Scoprirà che dietro la casa nera non si nascondono mostri ma un luogo abitato dalla cura e dall'accoglienza. E, come spesso accade nell'infanzia, sarà proprio lei ad aprire la strada anche agli adulti, perché i bambini non conoscono ancora il pregiudizio: hanno il desiderio di vedere con i propri occhi ciò che gli altri raccontano. Il lieto fine non consiste nel cambiamento della protagonista, che rimane fedele a se stessa, ma nella trasformazione dello sguardo della comunità. Sono gli abitanti del paese a imparare a convivere con quell'oscurità che tanto li spaventava, fino a desiderare di far parte di quella piccola comunità di imperfetti che ha trovato nella diversità la propria forza e la propria felicità. Quando infine la vecchia, ormai davvero anziana, se ne va, lascia dietro di sé un'eredità di meraviglia e generosità. La scena si riempie allora di fiori rossi che invadono ogni spazio, come se la bellezza fosse finalmente riuscita a germogliare proprio là dove prima abitava la paura. Tratto da una serie di racconti originali di Beatrice Baruffini, i “Racconti di-sgraziati”, “Notturna” riesce a coniugare la straordinaria forza immaginifica del Teatro di Figura con una drammaturgia delicata e profonda, offrendo ai più piccoli, ma anche agli adulti che li accompagnano, una riflessione preziosa sul valore della diversità.
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Davvero intrigante e sorprendente ci è apparso “Gli stupidi sogni di Morgan”, interessante creazione di Matteo Sintucci e Rita Castaldo, due artisti provenienti dalla magnifica fucina di Antimateria, il corso di alta formazione nell'ambito del teatro di figura promosso da Teatro Gioco Vita. Protagonista della storia non è un essere umano in carne e ossa, ma un pupazzo blu che i due animatori, con straordinaria abilità, riescono a rendere incredibilmente vivo, restituendogli aspettative, sogni e paure con una naturalezza sorprendente. Morgan ha un solo obiettivo nella sua modesta esistenza: entrare a far parte del meraviglioso, quanto illusorio, mondo della televisione, di cui non perde un programma, vivendo così sospeso tra realtà e immaginazione. Il suo mito è da sempre Padre Gregorio, protagonista della sua fiction più amata. Così, quando l'attore che lo interpreta rimane vittima di un grave incidente, Morgan intravede davanti a sé un'occasione irripetibile: sostituirlo e diventare il nuovo volto della televisione. Lo seguiamo così attraverso una serie di peripezie, inseguendo un universo che alimenta speranze tanto fugaci quanto inevitabili delusioni. Ma proprio dentro questo mondo costruito sull'illusione, Morgan riuscirà anche a riconoscere la possibilità di un sentimento autentico. “Gli stupidi sogni di Morgan”, spesso irrorato da una sapiente ironia capace anche di sottolineare le dolorose ambiguità di un sistema che mortifica spesso le aspettative di chi vuole farne parte, alla fine si conferma come una sapida e, nel medesimo tempo, melanconica commedia per due attori ed un pupazzo, indagatrice del mondo in cui siamo immersi e adatta per ogni tipo di pubblico. Matteo Sintucci e Rita Castaldo, interpretando con credibilità i numerosi personaggi che gravitano attorno al protagonista, riescono letteralmente a dargli vita. Non si limitano infatti ad animarlo a vista, ma instaurano con lui un dialogo continuo, partecipando alle sue emozioni mutevoli fino a farci accogliere Morgan come un essere di altra natura, la cui verità scenica non dipende dalla materia di cui è fatto, ma dalla vita che il teatro riesce a infondergli.

UN' ODISSEA/ Divisoperzero - Dracma Teatro-Straligut- Museo Antonio Pasqualino

Molto particolare infine la nuova versione che Francesco Picciotti di Divisoperzero che già conoscevamo come ottimo creatore di mondi realizzati con il teatro di figura , ha operato dell’Odissea Omerica in collaborazione con Marco Ceccotti e la regia Fabrizio Pallara. Nello spettacolo Picciotti con ottima capacità di reinvenzione ricostruisce le mitiche avventure di Ulisse non solo con le parole ma utilizzando oggetti di uso comune che via via riverberano le creature immaginifiche che Ulisse e i suoi compagni trovano nel loro peregrinareMa sono soprattutto gli strumenti sonori disseminati sulla scena, ricostruita da Pallara e Picciotti, a guisa di Nave con cavi e casse, che definiscono gli spazi, a ricreare con forte e curiosa teatralità le varie atmosfere che l’eroe attraversa nel suo viaggio : una ricostruzione immaginifica e talentuosa che rimanda alla curiosità inventiva dell'eroe omerico
Lo seguiamo attraverso il racconto che conduce davanti alla corte dei Feaci che ripercorre le tappe del suo viaggio, iniziato alla fine della guerra di Troia e durato più di vent’anni.
Eccolo nella terra dei Lotofagi e poi da Circe che lo ammalia, l’incontro con i Mostri : Polifemo, Scilla e Cariddi e le Sirene. Lo spettacolo secondo noi avrebbe forse un risalto maggiore se l’epicità del racconto non fosse frenata spesso da una troppo insistita ironia che edulcora a volte le meravigliose suggestioni provenienti dal poema omerico. Lo spettacolo comunque riconsegna ai ragazzi una versione dell'Odissea ( tra poco al Cinema, quella di Nolan) del tutto particolare, ricca di spunti di gustosa ingegnosità.
MARIO BIANCHI


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GLI STUPIDI SOGNI DI MORGAN

CHARLIE / Teatro Città Murata- Accademia Perduta Romagna Teatri


L’apertura di Charlie, produzione nata dalla sinergia tra Accademia Perduta/Romagna Teatri e Teatro Città Murata, per la regia e il testo di Stefano Andreoli (scritto in simbiosi con Marco Continanza), gioca con le aspettative del pubblico, e vince. Lo spettacolo inizia con l’ingresso in scena di un attore (Marco Continanza) che incarna i panni e le celeberrime gag di Charlie Chaplin, gli spettatori restano sospesi con qualche interrogativo: sarà un tributo muto? Una sequenza infinita di sketch di Charlot? Il dubbio si scioglie dopo pochi minuti quando, a seguito di un applauso scrosciante, l'attore ringrazia e decreta la fine della performance. Un vero e proprio "spettacolo nello spettacolo" che si rompe definitivamente quando, tra il pubblico, un bambino di nome Carlo esulta, urla «Mi hai fatto morire dal ridere!» e scappa via dal teatro.
Da questo prologo di metateatro comincia la narrazione vera e propria. Marco Continanza si spoglia della finzione immediata per raccontarci la storia di Carlo. Un bambino bloccato in un mutismo selettivo dopo la dolorosa perdita del nonno, da allora non riuscì più a parlare. Oggi, l'unico confidente rimasto a Carlo è Simon, un pesce rosso ereditato proprio dal nonno.
Costretto a fare i conti con l'assenza della parola, Carlo trova la sua svolta salvifica proprio in quella serata a teatro. Folgorato dalla figura di Chaplin, il bambino inizia a studiarlo, approfondirlo e, infine, a imitarlo. I gesti, i passi, lo sguardo, i vestiti: la maschera di Charlot diventa per Carlo una seconda pelle. Non un modo per nascondersi, ma l'unico strumento per farsi finalmente vedere, ascoltare e accettare dal mondo circostante. Attraverso la comicità del corpo e la mimica, il protagonista scopre il proprio talento latente e trasforma il suo limite nella sua più grande potenzialità.
Il pregio maggiore dello spettacolo sta nella sua capacità di trattare temi densi e complessi (i traumi dell'età evolutiva e le gravi difficoltà comunicative) con una delicatezza poetica e una freschezza straordinarie. “Charile” rappresenta un manifesto perfetto della potenza terapeutica e vitale dell'arte: il teatro non è solo intrattenimento, ma uno specchio in cui riflettersi per superare i blocchi emotivi. Il processo evolutivo di Carlo si compie sotto i nostri occhi, mostrando come il rispecchiamento in un mito del cinema muto possa diventare la chiave per sbloccare un'anima e traghettarla verso la crescita.
Marco Continanza, da solo sul palco, supportato da pochissimi elementi scenici, compie un vero e proprio tour de force interpretativo. Passa con disinvoltura millimetrica dal mimo chapliniano al racconto del dramma di Carlo, fino a dare voce e corpo a tutti i personaggi secondari che orbitano attorno alla vita del bambino. La sua performance ha un ritmo quasi cinematografico: pur essendoci un solo corpo in scena, abbiamo la sensazione di vedere una sequenza di inquadrature che ci accompagnano per mano attraverso tutte le tappe della storia: dal trauma del lutto al silenzio protettivo, fino alla catarsi della scoperta del sé e alla risoluzione del problema. Il piccolo Carlo, grazie ad una gita a teatro, scopre così ciò che in realtà lo ha fatto non morire ma finalmente “vivere dal ridere”. “Charlie” risulta quindi uno spettacolo prezioso. Diverte i più piccoli, commuove i grandi e ricorda a tutti che, a volte, bastano piccoli incontri nella vita, pochi gesti, anche senza parole, per superare le proprie difficoltà.

BARBABLù/ Altri Posti in Piedi

Portare in scena una delle fiabe più cupe della tradizione occidentale davanti a un pubblico di bambini dai 5 anni in su è una sfida complessa. La compagnia Altri Posti in Piedi sceglie di affrontarla puntando sulle corde della leggerezza e della meraviglia visiva con Barbablù, uno spettacolo di teatro d'attore ideato, diretto e interpretato da Noemi Valentini e Davide De Togni. Fin dai primi minuti, a dominare il palcoscenico è l'eccellente sintonia tra i due interpreti, che vestono i panni di due personaggi clowneschi. Tra gag comiche, trucchi di magia e momenti dinamici e acrobatici, la coppi di attori dimostra una complicità fisica ed espressiva notevole. Questa dinamica trascinante, unita a soluzioni scenografiche interessanti e a idee tecniche che catalizzano l'attenzione, riesce sicuramente a catturare e affascinare i piccoli spettatori, proiettandoli in un'atmosfera di costante intrattenimento.
Il fulcro della narrazione si concentra sulla storia di Milù, l'ultima moglie del temibile Barbablù, e su quella grande, enigmatica porta posizionata al centro del palco. Come nella trama classica, il divieto di aprirla diventa il motore dell'azione: la curiosità e il desiderio di libertà spingono Milù a violare la regola e a scoprire gli orrori nascosti oltre quella soglia.
La scelta registica ed estetica è netta: mostrare il nucleo della fiaba attraverso il filtro dell'ironia. La tragicità e il macabro vengono disinnescati a favore di un linguaggio più leggero, intervallato da ripetizioni strategiche e parole-chiave sottolineate dagli attori per scandire il ritmo del racconto. Se da un lato questa impostazione ha il grande merito di non spaventare il pubblico più giovane, mantenendo l'atmosfera su un piano ludico e accessibile, dall'altro apre il campo a una riflessione più profonda. È proprio nel dosaggio di questa leggerezza che lo spettacolo mostra il fianco a qualche criticità, svelando però anche i suoi margini di miglioramento. Nel tentativo di edulcorare la trama per i bambini, la drammaturgia rischia talvolta di perdere per strada i messaggi più profondi e archetipici della fiaba di Perrault: i temi del potere maschile, della sottomissione e della violenza di genere rimangono così sullo sfondo, quasi invisibili. Il rischio collaterale è che la comicità, per quanto garantita, finisca per svalutare la portata emotiva della storia. Inoltre, sebbene il linguaggio viri a tratti verso sfumature che superano la soglia dei 5 anni risultando comunque molto divertenti, la drammaturgia dovrebbe trovare un baricentro più stabile per evitare che alcuni passaggi diventino di difficile comprensione per i più piccoli tra il pubblico.
In conclusione “Barbablù” è un lavoro dalle ottime potenzialità, sorretto da due interpreti energici e dotati di un forte presenza scenica. Per compiere un definitivo salto di qualità, lo spettacolo potrebbe beneficiare di una calibratura drammaturgica più densa che, senza rinunciare alla vincente chiave clownesca e alla pulizia di alcune soluzioni tecniche ancora da affinare, riesca a non tralasciare i dettagli significativi della storia.
Trovare il perfetto equilibrio tra il gioco comico e la restituzione, seppur metaforica, del messaggio originale della fiaba permetterebbe a questa produzione di essere non solo molto divertente, ma anche profondamente importante.

IL RAGAZZO VOLANTE/  La Baracca Testoni Ragazzi

Un viaggio attraverso la crescita e l’evoluzione personale, “Il ragazzo volante”, produzione della compagnia La Baracca - Testoni Ragazzi con la regia di Bruno Cappagli, si dimostra un lavoro teatrale delicato, funzionale ad intercettare la sensibilità del pubblico dagli 11 anni in su.
Al centro della scena troviamo due soli attori, Daniela Micioni e Maurice Vaccari, la bravura attoriale di quest’ultimo rappresenta il motore pulsante dello spettacolo. Diventano narratori, guidando il pubblico dentro la storia e offrendo una chiave di lettura esterna; Diventano bambini, restituendo con purezza lo sguardo ingenuo, curioso ma determinato dell'infanzia; Diventano personaggi diversi, uscendo dalla narrazione per presentare un parallelismo tra realtà e finzione scenica. La storia è quella di Bartolomeo Brocchi, liberamente ispirata al romanzo “Che cosa è successo a Barnaby Brocket” di John Boyne, ragazzo nato con la caratteristica di non essere soggetto alle leggi di gravità e dunque capace di fluttuare nell’aria. Questa sua particolarità si scontra con la ricerca di normalità di un mondo, compreso quello della madre, che lo vede come strano e che quindi vorrebbe cambiarlo. Non basta però uno zaino pieno di sabbia o un guinzaglio per evitare che si perda in cielo, c’è bisogno dell’amore di chi gli sta vicino per comprendere che tutti manchiamo di qualcosa, per comprendere che la diversità non è un ostacolo.
Il racconto della Baracca si intreccia con la biografia dell’attore, nato senza gli arti superiori. La narrazione si interrompe e Maurice racconta la sua esperienza personale. Questo crea due linee narrative che a nostro avviso non sempre si incontrano in maniera coerente, a volte perdiamo il collegamento con la storia di Bartolomeo e veniamo accolti, quasi senza preavviso nella storia di Maurice, creando così dei problemi di ritmo e di fluidità. Nella storia del ragazzo volante ci sono tutti gli elementi per raccontare la diversità e l’accettazione personale e sociale, nell’immagine di Maurice attore c’è già tutta la sua storia, ogni altra parola e azione potrebbe risultare superflua, così come troviamo forzate le proiezioni, secondo noi  poco sfruttate.
Il ragazzo volante è uno spettacolo che ha la capacità , come ci spiega anche il regista Bruno Cappagli, di generare, soprattutto nei più giovani, molte domande: scatena diversi stati emotivi e suscita curiosità nell’approfondire entrambe le storie, quella del personaggio e quella dell’attore.
Lo spettacolo infatti è sempre seguito da un momento di condivisione dove gli attori, specialmente Maurice, entrano in grande sintonia con il pubblico mostrando il proprio percorso di evoluzione personale.
MARCO NICOSIA


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CHARLIE

PINOCCHIO – Un bambino come tutti gli altri /Factory Compagnia Transadriatica, Accademia Perduta – Romagna Teatri, Fondazione TRG

Pinocchio è sicuramente uno dei racconti più rappresentati nel teatro per le nuove generazioni. Questo potrebbe sembrare quasi ripetitivo, se non fosse che ogni nuova messa in scena, quando riesce davvero a trovare una propria necessità, è capace di aprire prospettive inedite, facendo proiettare il testo in direzioni impreviste. È la forza dei classici: attraversano i decenni, le culture e le epoche perché continuano a interrogare le grandi questioni dell'esistenza. La crescita, il cambiamento, la costruzione dell'identità sono domande antiche quanto l'essere umano e, proprio per questo, sempre contemporanee. Accade anche in questo lavoro, che sceglie un punto di vista tanto semplice quanto dirompente: affidare il ruolo di Pinocchio a un attore con sindrome di down. Da quel momento la storia investe il corpo e si apre immediatamente a una lettura nuova, resa ancora più significativa dalla drammaturgia scritta a quattro mani da Tonio De Nitto e Fabrizio Tana, il Pinocchio protagonista del lavoro. De Nitto prosegue quindi la sua ricerca con Fabrizio Tana, attore e autore con sindrome di down, che aveva già rivelato il proprio talento in (H)amleto, riscrivendolo totalmente e gettando una luce sui protagonisti della vicenda shakespeariana stupendamente inedita. E questa visione originale e preziosa la ritroviamo anche in questo lavoro ed è proprio questa prospettiva a rendere lo spettacolo particolarmente interessante. Lo sguardo sui personaggi, dalla Fata Turchina al Grillo Parlante, fino a Geppetto, restituisce corpo e profondità a figure ormai sedimentate in modo spesso univoco nel nostro immaginario. Ma la lettura di De Nitto e Tana va oltre il consueto e costruisce un'umanità volutamente goffa, sgraziata e sopra le righe: un mondo adulto e istituzionale da cui viene spontaneo prendere le distanze, perché irrigidito in comportamenti grotteschi e convenzioni prive di autentico pensiero. Così la celebre affermazione di Pinocchio «Voglio essere un bambino come tutti gli altri!» si trasforma in un interrogativo: “Voglio davvero diventare un bambino come tutti gli altri?”. Se l'alternativa all'essere burattino conduce verso una società nella quale gli adulti che dovrebbero rappresentare un modello si rivelano invece petulanti, stupidamente normativi e incapaci di spirito critico, se il mondo degli uomini appare come una sfilata di figure, o meglio figuracce, attraversate da una natura meschina, conformista ed esibizionista, allora quale senso avrebbe rinunciare alla propria irriducibile specificità? La regia riesce a far emergere con efficacia questa dicotomia, anche scegliendo volutamente un'estetica che a tratti ferisce lo sguardo: personaggi pacchiani, eccessivi, quasi disturbanti, proprio perché funzionali a rendere evidente la rilettura del classico proposta dagli autori. Fabrizio Tana restituisce un Pinocchio paradossalmente profondamente umano al contrario di chi umano dovrebbe esserlo per davvero, animato da quella curiosità inesauribile e da quel desiderio di sperimentare che appartengono a ogni autentico percorso di crescita. Perché è proprio attraversando le esperienze, anche quelle più rischiose o dolorose, che l'identità prende forma; evitarle significa invece condannarsi a un'esistenza stereotipata. Lucignolo perde i tratti del semplice cattivo tentatore e diventa piuttosto il compagno di un tratto di strada. È l'amico con cui condividere l'errore e la scoperta, perché anche la delusione, se attraversata insieme, diventa esperienza di crescita. In questa prospettiva anche i costumi raccontano con intelligenza la lettura dello spettacolo: i personaggi che la tradizione vorrebbe esemplari si presentano come figure grottesche e stereotipate, mentre quelli abitualmente considerati negativi conservano una vitalità, una libertà e una coerenza che li rendono sorprendentemente più umani. Un debutto che possiede già una precisa identità poetica e che, proprio come accade a ogni nuova creazione teatrale, troverà nell'incontro con il pubblico e nel tempo delle repliche il naturale compimento del proprio respiro scenico.

CONTRO SOLE - IL MITO DI DEDALO E ICARO – Teatro GiocoVita

Ci sono drammaturgie che non si limitano a riscrivere un mito ma lo costringono a parlare di nuovo. Lo sottraggono alla rassicurante familiarità con cui crediamo di conoscerlo e ne fanno riemergere domande che sembravano sepolte. È in questi casi che l'essere spettatori diventa un'esperienza profondamente nutriente: ci accorgiamo che i grandi racconti non sopravvivono ai secoli solo per la loro bellezza, ma perché continuano ostinatamente a interrogare il presente. Accade con “Contro il sole – Il mito di Dedalo e Icaro”, nuova produzione di Teatro GiocoVita, che affida la drammaturgia a Emanuele Aldrovandi, autore che solo raramente ha prestato la propria penna al teatro per le nuove generazioni. Il risultato è una rilettura che non aggiorna il mito ma ne porta alla luce una contemporaneità che non ha mai smesso di esistere. Vengono messi a fuoco il rapporto tra padri e figli e il nodo originario che accompagna ogni processo di crescita: il momento in cui un figlio deve emanciparsi dallo sguardo del padre, separarsene, persino tradirne le aspettative, per poter finalmente diventare se stesso. È una frattura antica quanto l'umanità che il mito continua a raccontare perché non smette mai di ripetersi. La scrittura costruisce così due vicende parallele. Da una parte Minosse e il Minotauro: un padre anaffettivo che condanna il proprio figlio perché mostruoso e cerca un rapporto con lui solo quando capisce che gli può essere utile per ottenere il potere. Dall'altra Dedalo e Icaro: un padre che ama il figlio ma che, nel tentativo di proteggerlo, finisce inconsapevolmente per limitarne il desiderio di conoscere il mondo. Due forme opposte di paternità che producono, in fondo, la stessa ferita: l'impossibilità di lasciare che un figlio diventi altro da sé. Le splendide sagome di Nicoletta Garioni e Federica Ferrari, animate con straordinaria sensibilità da Andrea Coppone, non illustrano semplicemente il racconto, ma gli danno un corpo poetico. Figure di natura e dimensioni differenti abitano la scena costruendo uno spazio nel quale i legami diventano visibili, quasi tangibili. Ed è proprio dentro questo paesaggio che prende forma l'intuizione più sorprendente dello spettacolo. Mentre i padri continuano a leggere i figli attraverso la paura, il controllo o il rifiuto, Icaro e il Minotauro si incontrano quando sono ancora bambini. La loro amicizia è possibile proprio perché il loro sguardo non è stato ancora contaminato dal pregiudizio. Non cercano di correggersi, di salvarsi o di cambiarsi reciprocamente, non hanno paura l’uno dell’altro: semplicemente si riconoscono. Il loro legame cresce senza mai tradire questa originaria libertà e trova la propria forza nella cura reciproca, nel desiderio di custodire il destino dell'altro prima ancora del proprio. Ma è soprattutto il finale a rendere questa rilettura così intensa: la morte del Minotauro per mano di Teseo, e quella di Icaro, precipitato dopo che il sole ha consumato le sue ali, non vengono mai definitivamente sancite. Lo spettacolo sceglie la sospensione invece della sentenza. Non per negare il mito, ma per restituirgli la sua natura più profonda: quella di un racconto che non chiude mai completamente il proprio significato. Così i due ragazzi non vengono consegnati alla morte, ma a quello spazio dell'immaginazione in cui i miti continuano a vivere. Perché l'immortalità dei protagonisti dei miti non consiste nel sopravvivere alla fine della loro storia, ma nel continuare, ogni volta, a generare nuove domande in chi li ascolta.
ROSSELLA MARCHI



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