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Eolo
recensioni
IL REPORT DI EOLO SUGLI SPETTACOLI DI VIMERCATE DEI RAGAZZI 26
UNO SGUARDO ARTICOLATO SUL FESTIVAL. DI ROSSELLA MARCHI MARIO BIANCHI, NICOLETTA CARDONE JOHNSON, MARCO NICOSIA E SAMUEL ZUCCHIATI

Il festival Vimercate dei Ragazzi raccoglie l'eredità di una storia che attraversa moltissimi anni di teatro per le nuove generazioni e continua a interrogarsi sul presente, offrendo uno sguardo ampio e articolato sulle molte direzioni che oggi questa arte sta percorrendo. Organizzato e diretto da delleAli Teatro in collaborazione con Campsirago Residenza, Teatro Invito e ArteVOX Teatro, e promosso e sostenuto dal Comune di Vimercate, il festival rappresenta oggi un momento significativo di incontro tra artisti, operatori e pubblico delle nuove generazioni. Un luogo di confronto, dove poetiche differenti convivono e dialogano, restituendo la complessità di un settore che continua a reinventare i propri strumenti per incontrare l'infanzia e l'adolescenza. Dal 5 al 7 giugno 2026, Vimercate è tornata ad essere, come ogni anno, una città abitata dall'immaginazione. Una città in cui piazze, teatri e parchi si sono trasformati in spazi di incontro tra artisti/e, bambini/e, ragazzi/e e operatori e operatrici provenienti da tutta Italia. Nelle giornate del festival abbiamo attraversato spettacoli molto diversi tra loro per forme, linguaggi e destinatari, accomunati tuttavia dalla stessa urgenza: riconoscere ai più giovani la dignità di spettatori autentici, capaci di confrontarsi con la meraviglia, ma anche con il dubbio, con le fragilità e con le grandi domande che accompagnano la crescita. Tra gli aspetti più significativi della manifestazione vi è la presenza della giuria dei bambini, delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze. Nove giovani giurati/e, accompagnati da quattro operatori e professionisti del settore, hanno assistito a tutti gli spettacoli in programma, confrontandosi, discutendo e valutando le proposte artistiche. Un'esperienza che ricorda a tutti noi come il pubblico a cui questi spettacoli sono destinati non sia soltanto il destinatario finale del lavoro artistico, ma una presenza attiva, sensibile e capace di restituire un punto di vista diretto e autentico sulle proposte incontrate. Al termine del suo lavoro la Giuria ha assegnato il Premio Città di Vimercate 2026 ex aequo a “Casa Mobile a Pedali” di Principio Attivo Teatro e a “Il cuoco con la gamba di legno” del Teatro del Cerchio, (divertita rivisitazione del capolavoro di Stevenson " L'isola del Tesoro" concepita da Roberto Abbiati con  Mario Mascitelli e Mario Airoldi che lo collega alla terribile situazione dell'infanzia durante la guerra) mentre una menzione speciale è andata a “SoloNauta” del CTA. Un altro aspetto che caratterizza questa manifestazione è la cura per l'accessibilità, intesa non come elemento accessorio ma come parte integrante dell'esperienza teatrale. L'attenzione a rendere gli spettacoli realmente fruibili da pubblici differenti testimonia una visione del teatro come spazio aperto, capace di accogliere le diverse modalità con cui ciascuno si avvicina alla scena.
Da questo intreccio di visioni, incontri e domande prendono forma le recensioni che leggerete.
ROSSELLA MARCHI

Eolo quest'anno ha posato il suo sguardo su 8 spettacoli del Festival e su un incontro dagli sviluppi molto interessanti .

GIARDINO DI STEFANIA MARIANI/ PROVE DI VOLO DI ELENA CHIARAVALLI

Due spettacoli, collocati, uno accanto all'altro, nel bellissimo e spazioso Parco Giussi, tra giochi e famiglie che si rifugiavano nell'erba, hanno invitato il piccolo pubblico alla poesia e alla leggerezza: “Giardino” e “ Prove di volo”, messe in scena con sensibilità da due artiste svizzere.Giardino” di Stefania Mariani, vuole essere un invito a metterci all’ascolto del paesaggio, ad averne cura, anche difendendolo, osservandolo poi senza fretta nel suo crescere. E mentre Stefania, diventata la giardiniera Alma, attende che i semi, con pazienza, germoglino, si mette a narrare con semplicità delle storie antiche ed esemplari, utilizzando non solo le parole ma anche la clownerie. Così la preseza di piante, foglie, semi si mescola a gesti, parole e suoni di Stefania, riconsegnandoci l'amore per la natura del pittore Cuno Amiet, che amava ridipingere il suo volto all'infinito e la passione per gli alberi del signor Gino, che perfino immaginava come gli elefanti potessero salirvi sopra; intanto Alma gioca sempre con le mele che fa assaggiare a chi la sta ascoltando e alla fine, tra sogno e realtà, appare anche Emily Dickinson, meravigliosa giardiniera di parole e il suo cane Carlo. “ Giardino” si pone come un inno alla natura, che diventa nel medesimo tempo un tributo all'arte che è capace di restituirne i colori e le suggestioni più nascoste.
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Elena Chiaravalli invece, complice il riconoscibilissimo mondo poetico di Tonino Catalano, mette in scena un tenero angelo, caduto dal cielo, non si sa perchè né come. Sappiamo solo che vorrebbe ritornarci, e lo fa in tutti i modi, senza riuscirci. Prova ad alleggerirsi un po’, a saltare, a suonare la sua tromba per avvertire qualcuno là su, ma niente, il miracolo del volo non accade. Decide allora di esplorare il luogo, a lei sconosciuto, che si trova intorno. Ma il suo desiderio più grande resta però quello di spiccare il volo. Controlla allora le sue ali: forse hanno perso qualche piuma?Forse sono troppo pesanti? Di buon grado si mette a cucire, a rimpolparle con nuove piume. Ma tutto è vano. Forse l'unica soluzione è rimanere per sempre vicino agli umani, cercando di cogliere tutto ciò che li fa felici, almeno per un po' e cercare di aiutarli in questa affannosa ricerca. Elena Chiaravalli senza bamboleggiare ci regala una buffa creatura capace di accompagnarci in un viaggio surreale di tenera e poetica consistenza.
MARIO BIANCHI

SOLONAUTA / CTA GORIZIA

Solonauta: navigatore di se stesso? Esploratore del sé? Oppure solo esploratore? E quando si trova davanti a se stessi un altro da sé, che succede?
Lo spettacolo. sebbene ancora leggermente acerbo, prodotto da CTA di Gorizia e portato in scena da Carola Maternini e Elisa Sarchi (che muovono i 2 pupazzi : Solo e Nauta), propone riflessioni e -l’abbiamo visto in questo festival - suscita interesse nei più piccoli. Il piccolo Solo ( un ipotetico infante di due anni, a giudicare da come parla) dialogando con le animatrici si pone domande e obiettivi classici della sua età: il fare “da solo”, l’autonomia, la presenza (discreta) dell’adulto, il replicare un gioco all’infinito… Ma quando entra in scena “l’altro”, Nauta , la “beata solitudo” finisce. Chi è? Un altro bambino? Il fratellino nuovo? O anche il sé stesso, con in quale dialogare, come fanno talvolta i più piccoli con un amato pupazzo?
Il piccolo Solo muove i suoi primi passi nella relazione con l’altro: incontrarsi, conoscersi, fidarsi, ma anche lo stupore, il dubbio sull’ affidarsi, l’ascolto, alla ricerca di nuovi equilibri.
Molte le domande che propongono - e sottintendono - al pubblico (ai piccoli ma anche agli adulti con loro) attraverso il loro agire: meglio soli o meglio con qualcuno simile a te? Ma questo crea una diminuzione dell’attenzione dell’adulto nei propri riguardi… Però con uno come te, ma “altro”, ci si può confrontare, giocare, scoprirlo e scoprirsi. E’ un rischio, è il brivido del confronto, ma è anche la possibilità di crescere, di imparare quello che l’altro sa e insegnare quello che “io” so.
Una scenografia semplice ma efficace – 2 grandi contenitori che possono diventare altro - aiuta gli spettatori a scoprire prima Solo, poi Nauta ed a loro affezionarsi. La drammaturgia di “Solonauta” nasce da una ricerca effettuata attraverso laboratori realizzati nelle scuole dell’infanzia di Pavia e Milano, e si è sviluppata anche con i punti di vista di bambine e bambini su temi come la solitudine, il fare e lo stare da soli, la relazione con gli adulti nella ricerca della propria autonomia.
NICOLETTA CARDONE JOHNSON




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PROVE DI VOLO

CASA MOBILE A PEDALI
Produzione: Principio Attivo Teatro
Di e con: Cristina Mileti e Francesca Randazzo
Musiche: Leone Marco Bartolo
Installazione con durata: 20 minuti

Ci sono spettacoli che non si limitano a essere guardati, ma chiedono di essere vissuti e abitati. È il caso di Casa mobile a pedali, un progetto-installazione prezioso nella sua semplicità espressiva e narrativa. All'esterno, la struttura si presenta come una deliziosa casetta di legno montata su ruote, trainata a forza di pedali, come un risciò, dalle bizzarre sorelle Olinka e Petrilla Giramondo.
Ma la vera magia inizia quando si salgono tre piccoli scalini e si varca la tendina d'ingresso. In quel momento, lo spettatore viene catapultato in un altrove senza tempo. Lo spazio è raccolto, intimo, pensato per ospitare solo due spettatori alla volta, che si accomodano su una poltroncina.
All'interno tutto è piccolo, curato nei minimi dettagli e avvolgente. Carta da parati d'altri tempi e merletti, fotografie ingiallite, libricini, ampolle e vasetti, cassetti, una stufetta, piccoli pentolini, lampade calde, una cassetta della posta e un orologio a cucù. Un microcosmo capace di stupire i bambini e risvegliare la nostalgia negli adulti.
E’ la casa stessa a farsi voce narrante, parlando al pubblico come se fosse la terza sorella di Olinka e Petrilla. Questa casa-personaggio custodisce la memoria dei viaggi, gli incontri fatti lungo la strada, i pensieri e i ricordi di famiglia.
Non esiste una linea drammaturgica rigida o una trama tradizionale; il racconto procede per suggestioni, atmosfere leggere. La casa dialoga con gli ospiti, li interroga, li coinvolge fisicamente e idealmente. Durante l'esperienza si propongono allo spettatore dei veri e propri doni: oggetti fisici, suoni, parole sussurrate e domande semplici ma profonde, quasi esistenziali, perfettamente a misura di bambino.
Il pubblico non assiste passivamente, ma risponde, partecipa e diventa parte integrante dell'installazione, cullato da parole curate e studiate a misura di bambino.
Le attrici (che si alternano nella recitazione e nel dare l'anima alla voce della casa) raccontano come ogni replica sia un viaggio a sé, un'esperienza aperta all'imprevisto. Le risposte dei bambini e dei grandi offrono ogni volta nuovi feedback, stimoli e sfumature diverse, rendendo l'incontro vivo e privo di qualsiasi finzione artificiale.
Il grande punto di forza di questa produzione di Principio Attivo Teatro è la sua straordinaria versatilità: questa casetta può viaggiare, arrivare e posizionarsi ovunque, in una piazza, in un cortile, in un teatro o in un parco. Ovunque decida di fermarsi, basta fermare le ruote, preparare il cancello d’ingresso e, per chiunque abbia la fortuna di entrarvi, si aprirà la porta di un mondo nuovo, magico e forse indimenticabile.

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LA FORMICHINA
Regia e produzione:delleAli Teatro
Con: Giada Balestrini e Antonello Cassinotti


Nel panorama teatrale contemporaneo rivolto alle nuove generazioni, esistono lavori capaci di andare oltre il semplice intrattenimento, configurandosi come atti di responsabilità civile. È il caso di "La Formichina", la produzione firmata da delleAli Teatro.
Lo spettacolo vede in scena un’attrice ed un attore che giocano nei panni di due soldati, qui nasce l’idea di viaggiare tra le pagine di “Ina, la formica dell’alfabeto”, libro per bambini del 2001 a cura degli autori Matteo Terzaghi e Marco Zürcher (edito AER), che narra la storia di una formica decisamente speciale: a differenza delle sue compagne, Ina non raccoglie briciole di cibo, ma lettere dell'alfabeto. Questo pretesto narrativo, oltre a toccare con delicatezza il tema dell'inclusione e della valorizzazione della diversità, si trasforma sul palcoscenico nel motore per affrontare una delle questioni più urgenti, drammatiche e complesse del nostro tempo: il conflitto tra guerra e pace.
Ciò che rende "La Formichina" uno spettacolo "necessario" è proprio la straordinaria modalità con cui la compagnia ha scelto di parlare della guerra ai bambini (nello specifico a una fascia d'età ideale tra i 5 e i 7 anni). In un'epoca in cui i più piccoli sono quotidianamente esposti, volenti o nolenti, al flusso di notizie drammatiche dai media, il teatro si assume il compito fondamentale di non ignorare la realtà, ma di filtrarla e renderla elaborabile.
Lo spettacolo risulta molto interessante, rende un esplicito e riuscito omaggio a Giacomo Verde e ai suoi storici "Tele- Racconti", progetti artistici in cui la telecamera riprende piccoli oggetti animati dal narratore in tempo reale. Lo schermo li ritrasmette in diretta, come se fosse una potente lente di ingrandimento, ingigantendoli fino a dargli un senso estetico e narrativo altrimenti non percepibile. Le tecniche utilizzate sono ben focalizzate e colpiscono per la loro forza espressiva: la drammaturgia visiva si muove fluidamente tra il video, il teatro d'oggetto e la proiezione di immagini ricreate dal vivo. Questa commistione di linguaggi cattura lo sguardo del piccolo spettatore senza mai annoiarlo, sostenuta da un ritmo scenico incalzante e perfettamente calibrato.
La recitazione di Balestrini e Cassinotti, forte di una solida esperienza, regge lo spettacolo. I due attori danno vita a dinamiche comiche e conflittuali che divertono e alternano dinamicità, pause riflessive e ripetizioni. Lo spettacolo quindi risulta con un forte valore espressivo ed educativo, molto adatto alle prime classi della scuola primaria.
Infine, l'impegno artistico di delleAli Teatro non si esaurisce al momento dell'inchino. Lo spettacolo è intriso di attivismo etico che si traduce, concretamente, nell'adesione della compagnia al progetto “se vuoi la pace, coltiva la pace” un progetto di C.Re.S.Co. e Liv.in.g di raccolta dati e sensibilizzazione volto a capire quanto lo spettacolo finanzi gli istituti bancari che alimentano l’industria alimentare con operazioni finanziarie.
"La Formichina" è, in definitiva, uno spettacolo gradevolissimo, comico ed emozionante. Un'opera che dimostra come il teatro ragazzi possa essere, allo stesso tempo, un luogo di svago, uno strumento pedagogico e un avamposto di pace.
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CANZONETTE TEATRALI
Produzione: Teatro Invito
progetto di Luca Radaelli
Con: Gabriele Vollaro e Riccardo Giordano.



Immersi nella cornice suggestiva e rurale dell'Azienda agricola Fortuna, il pubblico si trova davanti a una scena essenziale, perfettamente integrata con l'ambiente circostante. Due giovani “contadini” si muovono tra elementi semplici che richiamano la vita nei campi, ma basta un attimo perché la quotidianità agricola si trasformi in pura magia teatrale.
I due attori improvvisano una vera e propria orchestra tascabile: chitarre, tamburi, armoniche e kazoo. In perfetto stile Teatro Invito, la narrazione si fonde immediatamente con la musica e il canto dal vivo. Quello che inizia come un racconto diventa un concerto teatrale travolgente, divertente e dal ritmo incalzante.
Il cuore di Canzonette Teatrali risiede nella sua capacità di smontare e rimontare le fiabe più famose del mondo, rileggendole con ironia e temi moderni. Vediamo un Cappuccetto Rosso dove i lupi cantano Blues e smascherano un complotto ordito da Cappuccetto e dalla nonna, rivendicando la bellezza della vita libera nel bosco. Troviamo Biancaneve stufa di servire nani e principi, si ribella per ottenere un’esistenza finalmente libera e indipendente. Incontriamo Pollicino, il quale diventa un imprenditore ecologico e si mette in società con l’orco per commerciare gli stivali delle sette leghe, proponendoli come alternativa green ai trasporti inquinanti. Ed infine Cenerentola, vittima della matrigna e delle sorellastre, si emancipa e, fiera delle sue origini umili, guida il regno verso la democrazia.
Sul palco, i giovani attori Gabriele Bollaro e Riccardo Giordano dimostrano un talento straordinario, muovendosi con freschezza ed energia encomiabili sia nel canto che nella recitazione. Il loro lavoro è valorizzato dalla regia e dal coordinamento di Luca Redaelli, che fa anche una speciale comparsa in scena. A impreziosire il tutto, la partecipazione straordinaria di Giusy Vassena e Matteo Binda, che reinterpretano i celebri personaggi di Giangatto e della strega Giuseppina, creando un ponte con il repertorio favolistico della compagnia.
Canzonette Teatrali risulta quindi un vero e proprio omaggio alla storia di Teatro Invito, celebrando i 40 anni di attività della compagnia. La scelta di presentare questo concerto-spettacolo all'interno del Festival di Vimercate trasforma l'evento in una grande festa comunitaria con la freschezza e l'ironia che contraddistingue la compagnia dal 1986.
MARCO NICOSIA

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STÜCK. Pezzi pazzi
Produzione: Campsirago Residenza
Di e con: Noemi Bresciani
Regia: Anna Fascendini


Il viaggio di STÜCK (pezzi pazzi), produzione della Compagnia Campsirago Residenza, nata da un'idea di Noemi Bresciani e diretta da Anna Fascendini, inizia nel foyer in cui l'attrice trascinando, come una macchinina, una scultura a forma di naso, scopre i piccoli spettatori e li conduce in sala. Genitori e bambini vengono accompagnati in un ambiente intimo e distensivo, dove la disposizione a semicerchio crea immediata vicinanza. Lo spettacolo, espressamente dedicato alla delicata fascia d'età dai 1 ai 3 anni, presenta al centro, una striscia di tatami che evoca il sentiero dei fiori giapponese "Hanamaichi", una lunga passerella sopraelevata tipica del Teatro Kabuki, una soluzione che permette i movimenti danzati dell'attrice e allo stesso tempo riduce la distanza con il pubblico; sullo sfondo, un telo bianco che funge da quinta e, all'occorrenza, da baracca per accenni di teatro di figura. È in questa cornice accogliente e dal ritmo volutamente lento e rilassante che l'attrice inizia a danzare.
L'intento di Campsirago Residenza è di presentare una reale multidisciplinarietà, fondendo teatro danza, fotografia, scultura e la sperimentazione sonora curata da Diego Dioguardi, con una traccia audio sempre presente durante tutto lo spettacolo. In scena, la bravura e il carisma della performer Noemi Bresciani, che riesce a rinnovare l'attenzione nel corso della narrazione, la quale ha come oggetto l'idea della scoperta e dello stupore.
Il concetto tedesco di Stück (pezzo) prende vita attraverso le interessanti sculture artistiche di Anna Turina, che alla fine della performance vengono messi a disposizione di bambini e genitori per una fase esperienziale e laboratoriale. Estensioni del corpo dell'attrice, frammenti che si compongono e scompongono in una sequenza di immagini e suoni a tratti divertenti per i piccoli spettatori. La scelta della compagnia di fissare l'accesso dai 12 mesi in su si rivela corretta: i bambini più piccoli difficilmente riuscirebbero a farsi stimolare da una messinscena così fortemente evocativa e d'impatto visivo.
Il desiderio di mappare il corpo attraverso la scultura e il gesto manca talvolta di una linearità drammaturgica e di una ripetizione mirata. Sebbene la ripetizione sia presente nella performance, non viene sempre chiesto al bambino di farne parte perdendo, a nostro avviso, la possibilità di stimolare il piccolo nell'apprendimento delle parti del corpo, lasciando questo processo pedagogico al caso, laddove si potrebbe invece sfruttare la figura del genitore come mediatore attivo dello stimolo. Il linguaggio del teatro danza, intrinsecamente simbolico, richiede un tempo di attenzione prolungato che rischia di affaticare il bambino e molti dei gesti ricercati possono essere percepiti a livello sensoriale, ma secondo noi difficilmente compresi nel loro significato. Aggiungiamo poi che l'inserimento di stimolazioni sonore come parole, onomatopee e, talvolta, di termini in lingua inglese potrebbe mettere le basi per un piccolo cortocircuito nel pubblico. Per l'adulto questo mix arricchisce il concetto di "pezzi pazzi", ma per il bambino di 1-3 anni è un sovraccarico di stimoli sovrapposti, che distolgono l'attenzione dal focus principale che dovrebbe essere il "lessico gentile del corpo".
Sicuramente una scultura che identifica la madre con il seno e il padre con i testicoli la troviamo coerente con un'iconografia della genitorialità che pare uscita da un manuale di inizio Novecento, non da una sensibilità contemporanea.
Possiamo considerare STÜCK uno spettacolo in ricerca, prezioso per la cura estetica e la qualità della ricerca fisica e visiva. Ha il pregio di non sottovalutare il pubblico della prima infanzia, offrendo un'estetica alta e curata( ma la sfida per costruire una drammaturgia che calzi su questo specifico pubblico per noi è ancora aperta). Potrebbe essere un buon punto di partenza partire dal "sottrarre" per focalizzare: calibrare la densità dei linguaggi e sfoltire il bombardamento di stimoli permetterebbe al nucleo centrale dello spettacolo, ovvero la poesia del corpo e della forma, di arrivare in modo ancora più nitido, lineare e accessibile ai piccoli esploratori in sala.
MARCO NICOSIA/ SAMUEL ZUCCHIATI





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SOLONAUTA

TRACCE
una produzione Campsirago Residenza, ArteVOX Teatro, Pandemonium Teatro
collaborazione alla produzione Bamboozle Theatre Company (UK)
concept Marta Galli, Michele Losi, Sue Pyecroft, Christopher Davies
regia Michele Losi
dramaturg Anna Maini
designer Sue Pyecroft
oggetti di scena Rossana Maggi
suoni Luca Maria Baldini
direzione di produzione Lorenza Brambilla
con Flavio Panteghini, Liliana Benini, Stefano Pirovano e, in alternanza, Marta Galli o Anna Maini

Itinerante, sensoriale e concepito per un pubblico di bambini nello spettro dell'autismo, con gruppi di massimo otto partecipanti. 
Va in scena nel parco della villa al centro di Vimercate, frutto di una coproduzione internazionale tra ArteVOX, Campsirago Residenza e Pandemonium Teatro, da parte italiana, con la collaborazione artistica di Bamboozle Theatre di Leicester, realtà inglese che da quarant'anni lavora con bambini e ragazzi neurodivergenti. Spettacolo nato nel paesaggio, durante residenze lunghe nei boschi di Campsirago e nelle aree verdi di Leicester, ed è fatto di quella materia lì, ossia alberi, sentieri, aria, animali, suoni che cambiano a seconda del vento.
La trama, nella sua essenzialità, è quella di una scoperta. I bambini entrano nel bosco come esploratori e vi trovano un tasso che abita una tana allestita con gli oggetti del suo quotidiano, un salotto selvatico e domestico al tempo stesso. Il tasso è un pupazzo mosso a vista, piccolo, preciso nei movimenti creazione di Sue Pyecroft. Più avanti nel percorso lo ritroviamo che porta con sé una gerla piena di cuccioli, anch'essi piccoli pupazzi, che vengono offerti ai bambini perché li tengano tra le mani, li portino con sé, li restituiscano. Poi lo spettacolo si chiude, e il bosco torna bosco ma raccontarla così è raccontare appena il guscio.

Ciò che rende Tracce un lavoro interessante non è la trama, è l'architettura del tempo. Lo spettacolo è costruito come una curva di fiducia progressiva, pensata nei dettagli con una consapevolezza del pubblico che è quasi commovente nella sua precisione. Prima ancora che arrivi il racconto, arriva l'accoglienza di ogni bambino singolarmente con una canzone in cui compare il suo nome: tu sei qui, il bosco sa che sei qui. È un gesto piccolo e potente, perché opera su un piano che molte pratiche terapeutiche conoscono bene ovvero il piano del riconoscimento nominale, del "ti vedo" detto con il corpo e con la voce prima ancora che con le parole.
Da quel momento in poi, lo spettacolo non accelera. Non si dà fretta. Ogni bambino ha il tempo di familiarizzare con il luogo, con gli artisti, con la presenza degli altri. Quando ci si muove, si cammina con una corda in mano che è filo, senso di appartenenza al gruppo, percezione tattile di essere insieme. Considerando il pubblico target non possiamo definire queste scelte un adattamento ma una pedagogia. E se non volete considerare il tipo di pubblico non percepirete la differenza, perché quella corda, quella canzone, quel tempo dilatato funzionano semplicemente come buon teatro che va bene per tutti.
Questa cura inizia a casa, giorni prima, quando le famiglie ricevono l'accessibility kit dello spettacolo presenta i personaggi con nome e fotografia (la guida, Anna o Marta, e poi Terra, Cielo, Salamandra), illustra le sei tappe del percorso con immagini, e mette a disposizione una sinossi in Comunicazione Aumentativa Alternativa e una social story illustrata. La sorpresa, che per un bambino neurotipico è un ingrediente drammaturgico normale, per un bambino autistico può essere una barriera insormontabile. L'accessibilità non è un servizio aggiuntivo, non è la rampa accanto alle scale. È la forma stessa del lavoro.
Il contatto tra artisti e bambini si apre progressivamente. Le interazioni iniziali sono calibrate, quasi cerimoniali, chiare, prevedibili, non invadenti. Man mano che lo spettacolo procede, quella distanza si assottiglia, e verso la fine i bambini interagiscono con Anna e con il tasso come se li conoscessero da sempre.
Il momento delle cuffie merita una riflessione a parte. Molti bambini autistici le usano quotidianamente come riparo, per regolare un'ipersensibilità che il mondo non è attrezzato a contenere. Qui invece le cuffie si rovesciano: non isolano dal mondo, lo amplificano e lo trasformano in musica. Un tecnico del suono, anch'esso personaggio dello spettacolo, raccoglie in tempo reale voci, passi, vento, uccelli, e li restituisce con eco e armonizzazioni in un paesaggio sonoro continuo, quasi soprannaturale. Lo strumento di difesa diventa strumento di esplorazione: quello che serviva per stare fuori diventa il mezzo per stare dentro. È una delle scelte più eleganti dello spettacolo e, parlando con Davies che ci accompagna lungo tutto il percorso, è tipica del livello di riflessione che Bamboozle ha accumulato in decenni di lavoro su questi temi. Michele Losi, direttore artistico di Campsirago, ha detto che si trattava di pratiche che in realtà esistevano già nel teatro immersivo e nel teatro nel paesaggio, e che solo nell'incontro con Bamboozle si è compreso quanto fossero naturalmente adatte a questo pubblico.
Il mito del cervello normale non è un dato di natura ma un prodotto storico del capitalismo intensificato e la neurodivergenza, in questa prospettiva, è la risposta di certi corpi e certe menti a un mondo che non è stato pensato per loro. La disabilità non è nella persona, è nel sistema direbbe Chapman e nel parco Sottocasa di Vimercate vediamo come questa premessa viene smentita mostrandoci un dispositivo teatrale che funziona come riabilitatore di corpi che erano stati disabilitati.
La commozione che si prova non è quella della solidarietà con bambini "speciali". È quella che si prova davanti al buon teatro e a uno spettacolo che sa esattamente cosa vuole essere e lo è senza riserve. Funziona. Probabilmente funziona per chiunque.
SAMUEL ZUCCHIATI

INCONTRO
Rete zero tre sei lombarda.
Tra pedagogia e arti performative per i piccolissimi. A cura di delleAli teatro e Campsirago Residenza.

L'incontro della rete 0-6 anni, organizzato da delleAli Teatro e Campsirago Residenza presso il festival, ha svelato un prezioso spazio di confronto dedicato alle arti performative per la prima infanzia, dal teatro alla musica e alla danza. Con la guida dalla pedagogista bolognese Marina Manferrari e della ricercatrice in pedagogia generale e sociale (Unimib) Agnese Infantino, questa rete unisce diverse realtà lombarde per intrecciare creazione artistica, pedagogia e ricerca scientifica, partendo dall'analisi condivisa di performance dal vivo per valutarne punti di forza e criticità. Accanto al doveroso omaggio a pilastri storici come Paola Bassani e il Teatro Mangiafuoco, l'incontro ha tracciato le linee future della rete, che punta a espandersi su due filoni: ricerca e promozione. Al momento la rete senza un nome stabilito e con una connotazione informale si organizza per incontri periodici online e in presenza dove gli operatori possono fare esperienza di attività performative dedicate alla fascia 0 – 6 anni e poi riunirsi per confrontarsi in un dialogo tra creazione artistica e ricerca scientifica. Tra i progetti più stimolanti spicca la collaborazione con la rivista Ateatro per dare vita a un glossario e a nuove voci dedicate al teatro per l'infanzia, confermando l'urgenza di un dialogo vivo e strutturato tra operatori del settore.
MARCO NICOSIA






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