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Eolo
recensioni
MAGGIO ALL'INFANZIA 2026 SECONDA PARTE
LE RECENSIONI DI ROSSELLA MARCHI E MARIO BIANCHI

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PER CHI SUONA LA CAMPANELLA – La luna nel letto e ERT/Teatro Nazionale
Ci sono esperienze che il linguaggio quotidiano non riesce a contenere. Zone dell'esistenza che sfuggono alla spiegazione, che si sottraggono alla definizione e che possono essere avvicinate soltanto attraverso la poesia. Non la poesia come ornamento, ma come possibilità di dare forma all'indicibile, di portare alla luce quel nucleo nascosto che abita ciascuno di noi e che custodisce qualcosa della nostra identità più profonda. È proprio in questo territorio che si colloca “Per chi suona la campanella”, il nuovo lavoro di Michelangelo Campanale con le coreografie di Vito Leone Cassano, interpretato dai giovani eccellenti danzatori e danzatrici della Compagnia Eleina D. e prodotto da “La luna nel letto” e “ERT / Teatro Nazionale”. Qui la poesia passa innanzitutto attraverso il corpo. Cinque interpreti, con l'energia e l'urgenza della loro giovane età, riescono a raccontare senza pronunciare una sola parola ciò che abita il cuore di un ragazzo che con le parole, soprattutto quelle custodite nei libri, ha un conto aperto e doloroso. È una narrazione affidata al movimento, alle traiettorie dei corpi nello spazio, alle tensioni e alle cadute, alle fughe e ai ritorni. La scena è quella familiare di un'aula scolastica: cinque banchi con le loro sedie delineano un piccolo universo popolato da figure immediatamente riconoscibili. C'è lo sbruffone, la compagna sempre in guerra con il mondo, il saputello, la bella della classe. E poi c'è il bidello, presenza ironica e affettuosa, osservatore privilegiato delle vicende di tutti, capace di alleggerire il racconto senza sottrargli profondità. Perché anche nei percorsi più dolorosi è necessario che trovi posto il sorriso. Al centro dello spettacolo c'è un ragazzo che fatica ad adattarsi a un sistema educativo costruito troppo spesso sulla pretesa dell'uniformità: stessi tempi, stesse modalità, stessi percorsi per tutti. Ogni volta che un libro si apre davanti a lui, la realtà si incrina e comincia un viaggio. Le parole si ingigantiscono, diventano materia viva, lo assediano e lo travolgono. Da quell'incontro nasce un paesaggio onirico dove prendono forma paure, costrizioni, frustrazioni e incubi. Ma nulla viene raccontato in maniera didascalica. Campanale e Cassano scelgono la strada della suggestione, affidandosi a immagini che si depositano lentamente nello sguardo dello spettatore. È forse questa la qualità più preziosa dello spettacolo. Pur affrontando una ferita profonda, non cerca mai l'effetto emotivo immediato né la denuncia esplicita. Preferisce la leggerezza della poesia, quella che consente di avvicinare anche ciò che appare insostenibile. Le immagini si susseguono con una grazia che non attenua il dolore ma lo rende condivisibile, trasformandolo in esperienza comune. E come spesso accade con la poesia autentica, “Per chi suona la campanella” non termina con l'ultimo quadro. Continua a lavorare dentro chi guarda. Le sue immagini restano sospese, ritornano a distanza di ore o di giorni, trovano nuove risonanze. Non colpiscono per scuotere ma per sedimentare. E proprio in questa capacità di affidarsi al tempo, di attendere che il significato maturi dentro ciascuno di noi nei modi più diversi e personali, risiede la forza più profonda di uno spettacolo che sceglie di raccontare la fragilità riconoscendone non soltanto il dolore che la attraversa, ma anche i frammenti di bellezza che vi si nascondono. E quando nel finale una voce attraversa la scena, non è tanto la parola a sorprenderci quanto il suo timbro. È la voce di Daniel Pennac, che arriva come un ultimo gesto di cura verso il racconto appena compiuto. Le sue parole ci riportano a quel tempo irripetibile in cui ogni cosa era ancora da scoprire e la scuola assomigliava a una finestra spalancata sul mondo. Con tutta la sua vertigine e la sua promessa.

I RACCONTI DEL MERLO – Factory Compagnia Transadriatica
Alcuni spettacoli ci consegnano una storia. Altri, insieme alla storia, lasciano affiorare il volto di chi la racconta. “I racconti del merlo”, produzione di Factory Compagnia Transadriatica con la regia di Tonio De Nitto e l'interpretazione di Francesco Stefanizzi, appartiene a questa seconda categoria. Lo spettacolo intreccia due tra le più celebri fiabe di Oscar Wilde, Il Principe Felice e Il Gigante Egoista, affidandole alla voce limpida e misurata di un narratore che ne accompagna il viaggio. Ascoltiamo così la vicenda del Principe che, grazie all'aiuto della rondinella, riesce a soccorrere i più bisognosi pur essendo condannato all'immobilità della sua statua, e quella del Gigante che scopre la gioia della condivisione aprendo il proprio giardino ai bambini. Le due fiabe sembrano suggerire una verità meno semplice di quanto appaia: nell'altruismo non c'è soltanto rinuncia. Esiste una forma profonda di interesse personale che non coincide con l'egoismo ma con la scoperta che il bene donato agli altri torna a trasformare chi lo compie. Il Principe e il Gigante non si impoveriscono nel loro gesto di apertura: trovano, proprio attraverso la felicità altrui, una strada inattesa verso la propria. E proprio qui lo spettacolo trova il suo nucleo più profondo. Perché i protagonisti delle due fiabe condividono un destino segreto, a nostro avviso, proprio con il narratore che le racconta. Il Principe Felice, il Gigante Egoista e il narratore convivono infatti con un limite che, paradossalmente, non limita. L'immobilità della statua, l'aspetto minaccioso del gigante che tiene lontani gli altri, la carrozzina del narratore: ciò che potrebbe apparire come un ostacolo diventa invece il punto da cui tutto prende avvio. La regia di Tonio De Nitto coglie con intelligenza e delicatezza questo parallelismo, senza mai renderlo esplicito o didascalico. Il narratore non si sostituisce ai personaggi, ma cammina accanto a loro. Ne accoglie le fragilità, ne attraversa le domande, ne condivide la possibilità di trasformare ciò che manca in una forma inattesa di presenza. E allora il corpo stesso diventa racconto. Diventa luogo di incontro. Donare tutto ciò che si è sul palco, in una piazza, nel giardino di casa propria significa permettere agli altri di scoprirci oltre le apparenze, di essere ricordati non per ciò che sembrava impossibile fare ma per ciò che si è riusciti a generare. È un'immagine potente quella che attraversa l'intero spettacolo: offrire il proprio corpo come terreno in cui germogliano le possibilità, lì proprio dove sembra più difficile, consegna una forza incredibile al gesto e lo dirama e propaga come centri concentrici nell'acqua al lancio di un sasso. Francesco Stefanizzi sostiene questo percorso con una qualità sempre più rara: la naturalezza. Non cerca effetti, non forza emozioni, non costruisce maschere. La sua presenza possiede una trasparenza che rende immediatamente credibile ogni parola. E il pubblico, percependo questa autenticità, abbassa le difese. Ascolta. Forse è proprio questa la qualità più preziosa de “I racconti del merlo”: ricordarci che le storie continuano a essere necessarie quando chi le racconta è disposto ad abitare fino in fondo la loro verità. E così il limite smette di essere barriera per diventare soglia.

ROSSELLA MARCHI

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NINI' E LA BALENA - Crest
Taranto, tanti tanti anni fa, quasi 200, i Tarantini furono svegliati da un grido, lanciato da un bambino, che sembrava fino a quel momento impossibile poter ascoltare: "A Balena, a Balena ", urlava, "a Balena !"
Era esattamente il febbraio del 1887, quando nel Golfo di Taranto, comparve , come un meraviglioso incanto, la prima balena “Franca Boreale” mai avvistata nel Mediterraneo.
Dopo quel grido, tutti gli abitanti furono presi da una paura agghiacciante davanti a questa creatura immensa, che non avevano mai visto e che credevano feroce, e così prese fiocine, rivoltelle, armi di fortuna,  riuscirono ad ucciderla .
Se andate al Museo Zoologico di Napoli potete vedere ancora i resti di quella balena come memoria concreta di un evento dimenticato. A scorgere per primo la balena e a dare l’allarme era stato come avevamo detto, un ragazzino, intento alla pesca, Ninì .
Ora , nelle possibilità magiche che solo il Teatro può possedere, quel bambino, diventato vecchio, rivive sulla scena in uno spettacolo prodotto dalla compagnia tarantina Crest, con la regia e la drammaturgia di Antonella Ruggero e Michelangelo Campanale che firma anche le scene e le luci, che non poteva altro che intitolarsi “Ninì e la balena”.
A raccontare quella storia ai bambini e alle bambine che l’ascoltano, udite, udite, è niente meno che una balena con la voce di Maria Pascale. In scena a rappresentarli con le loro domande e con le loro emozioni c’è uno di loro, un curiosissimo piccolo cucciolo d’uomo a forma di pupazzo che un giorno è capitato nella bottega del vecchio pescatore Ninì, proprio quello che tanti prima aveva avvistato il grande cetaceo .
Attraverso le sue continue domande il vecchio pescatore, impersonato con estrema adesione e sobrietà da Giovanni Guarino, dovrà ritornare indietro nel tempo a ricordare per mezzo di una lingua impastata anche dal dialetto Tarantino quel lontano episodio. L’arrivo della Balena rivivrà sulla scena con tutte le innumerevoli possibilità possedute dal teatro di figura, soprattutto le ombre così capaci di evocare mondi lontani (sono di Marco Guerrera ) agite con proprietà da Andrea Romanazzi, sorta di ragazzo di bottega che ad un certo punto si paleserà sulla scena come rappresentante della nuova generazione di pescatori . Lo spettacolo narra con estrema delicatezza al piccolo pubblico di cose di enorme profondità, dalla paura, al rapporto con il mistero, ma anche di come gli esseri umani possono essere costretti a fare cose inenarrabili per il denaro. Ninì poi alla fine attraverso la voce della balena insegnerà al bambino che “finché uno di voi continuerà a raccontare questa storia,io continuerò a sorreggere questa grande città per impedirle di affondare”( riferendosi anche alla tragedie connesse all'Ilva ).
Il tutto è narrato raccordando sempre in modo poetico la parola con le immagini che attraversano il palco in un connubio davvero sempre appropriato e convincente, riempiono di meraviglia gli occhi dei piccoli e delle piccole sedute in platea che si identificano sempre con il loro coetaneo in scena . Ninì e la balena si dimostra una delle più belle creazioni dedicate alle nuove generazioni di questi ultimi anni confermandoci come il teatro dí figura posto in una drammaturgia sempre coerente abbia sempre una forza immaginativa di stupefacente resa scenica.


CARAVAGGIO di Chiaro e di Oscuro -Compagnia Inti/ Le tre corde/ Compagnia Vetrano Randisi/ Teatri di Bari
Un drappo rosso domina la scena, e qualcosa, dentro di noi, si mette subito in movimento. Il pensiero corre al Louvre, a quei venti minuti trascorsi in silenziosa contemplazione davanti alla sua Morte della Madonna. Quel volto che inspiegabilmente ogni volta ci riporta a nostra madre. E ancora quel rosso, sospeso sopra la scena, come nel dipinto, a vegliare su uno spazio abitato dal dolore e da una pietà profondamente umana.
E subito dopo il nostro ricordo vola tanti anni or sono a Siracusa , quando , alzando un panno ,che , in uno spazio in ristrutturazione , copriva un quadro appoggiato per terra, ci trovammo inaspettatamente in estasi davanti al seppellimento di Santa Lucia, e poi ancora quando portavamo a San Luigi dei Francesi, che si trova vicino al teatro Valle, stuoli di teatranti che non sapevano che li vicino si poteva vedere quel Cristo che con la mano rompeva con la luce della grazia un esattore delle tasse che sarebbe diventato Matteo E poi quel suo modo di porsi, quel privilegiare gli ultimi, quella morte che  lo avvicina così tanto a Pasolini.
Ecco quel drappo rosso ci aveva già avvicinato a Michelangelo Merisi prima ancora che Luigi D’Elia si presentasse a piedi nudi, con camicia bianca larga, gilet e calzoni di cenci a raccontarci, meglio a essere il nostro adorato pittore che conosciamo con il nome del piccolo paese dove nacque, Caravaggio. La scrittura del fido Francesco Niccolini con le fondamentali luci di Francesco Dignitoso, arricchita dalla regia di Stefano Randisi e Enzo Vetrano, non segue pedissequamente la vita del nostro pittore ma l’accompagna via via nel racconto sempre con le opere che spesso prendono forma non solo con le parole sempre vivide sempre cangianti dell’attore ma anche con le diverse posture, i movimenti del corpo e delle mani di Luigi che sembrano accompagnarci spargendo colori su quelle tele. Così vediamo Michelangelo spostarsi da Milano a Roma, ne seguiamo il primo apprendistato, le prime botteghe frequentate, le prime importanti commissioni nella Roma della Controriforma, i primi protettori e La curia romana.
E poi l’incontro con il mondo del sottobosco della città eterna con la cortigiana che sarà la sua compagna e modella preferita Maddalena Antognetti, detta Lena, musa per capolavori come la Madonna dei Pellegrini e la Madonna dei Palafrenieri, il suo amante collaboratore, Francesco Boneri, il suo acerrimo nemico Giovanni Baglione, sino all'omicidio di Ranuccio Tommassoni che lo costringerà a fuggire dalla città. Una fuga che durerà poi tutta la vita che gli rimarrà.
Eccolo a Napoli protetto dalla potente famiglia Colonna dove dipinse Le sette opere della Misericordia, capolavoro così popolato in ogni suo luogo da corpi in movimento poi a Siracusa sino alla creduta oasi di Malta dove imprigionato deve ancora fuggire per aver ferito Fra' Rodolfo Baglioni, colui che lo porterà poi alla morte .
Eccolo in Sicilia a Siracusa dove realizza appunto il Seppellimento di Santa Lucia, e da lì a Messina .
E poi l’ultima fuga nel capoluogo campano che, ferito dai sicari, lasciò via mare con un'imbarcazione (la feluca) diretto a Roma, sperando nella grazia papale,sbarcando a Porto Ercole (frazione di Monte Argentario) dove morì.
Di chiaro e di Oscuro è il sottotitolo dello spettacolo, due stati che continuano a rincorrersi in Caravaggio con quel chiaro che si fa strada nell’oscurità per far vedere la vita, non la vita di Papi e di re, ma quella degli umili catturati nella loro realtà, nel suo farsi, ma anche quando ci sono madonne e santi, la loro rappresentazione è sempre ruvidamente carnale ; il chiaro della sua arte che investe ogni suo gesto pittorico imbevendo di sacralità la vita oscura dei bassifondi, che si frappone allo scuro del suo carattere che lo porterà a ferire e a uccidere. Ma la luce, in definitiva tra tormenti ed estasi,  ha poi ha vinto su tutto, perché per la prima volta nella pittura, la vita è stata rappresentata in tutta la sua cruda verità senza finti infingimenti, vestendosi di sacro, come accade nel “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, complici anche la musica di Bach e Mozart e la pittura di Piero. Ecco Luigi D'Elia ha la capacità di restituirci tutto questo universo, non solo con le parole, ma con ogni suo gesto dove Michelangelo Merisi vive e dipinge insieme a noi .
MARIO BIANCHI

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