
LA SECONDA PARTE DI CONTEMPORANEO FUTURO 2026 A ROMA DALL'8 AL 12 APRILE
CON LE NUOVE CINQUE RECENSIONI DI ROSSELLA MARCHI E EMANUELA REA
CIELO / Teatro Koreja in collaborazione con Babilonia Teatri
C’è un punto della memoria da cui l’infanzia non si è mai allontanata davvero. Rimane silenziosa e fertile come una radice che continua a nutrire ciò che siamo diventati. “Cielo”, prodotto da Teatro Koreja in collaborazione con Babilonia Teatri, abita proprio questo spazio interiore: un luogo in cui il tempo non è linea che va ma eco che ritorna. Lo spettacolo, pensato per le nuove generazioni a partire dai tre anni, sceglie una strada: lasciare che siano i segni minimi a farsi portatori di senso. In scena il protagonista, interpretato da Carlo Durante, attraversa una soglia invisibile tra presente e passato, tra l’adulto che racconta e il bambino che continua a guardare il mondo con stupore intatto. Lo fa con un gesto semplice, domestico: disegnare. Un piccolo tablet diventa il varco attraverso cui i cieli interiori prendono forma e si espandono sulla lavagna, superficie liminare che separa e insieme connette ciò che è stato e ciò che è. Disegna cieli Carlo, cieli di tutti i tipi e la sua Maestra, bianca di capelli. Disegna tutto quello che ricorda e che è rimasto incastrato nel suo essere Carlo. È interessante questa traiettoria: memoria e tecnologia si intrecciano senza attrito, sostenute da una modalità scenica leggera, quasi confidenziale. Non c’è mai la volontà di spiegare, né di guidare lo spettatore e la spettatrice verso un significato univoco. Si offre piuttosto uno spazio da abitare, come quando qualcuno condivide un frammento di sé senza pretendere di insegnare nulla. Dietro quella lavagna c’è una presenza: una figura dai lunghi capelli bianchi, la sua Maestra, interpretata da Silvia Ricciardelli. Non è solo un ricordo ma una traccia incarnata: una figura che rimane incastonata nella sua seconda maternità, colei che in-segna a figli non suoi ma ne muove lo spirito e le curiosità, ne sostanzia il talento e indirizza l'entusiasmo. Quando il cielo si fa notte, quella figura emerge, si fa corpo, attraversa il presente prima di dissolversi di nuovo. Ma è proprio in questa delicatezza che, a nostro avviso, si apre una possibile tensione. La figura della Maestra, pur evocata come cardine emotivo del racconto, resta in parte ai margini come se la sua presenza scenica non fosse necessaria quanto la sua assenza. Pensiamo infatti che il dispositivo avrebbe forse acquisito maggiore forza: ogni spettatore e spettatrice avrebbe potuto convocare la propria figura fondativa, senza mediazioni. Anche i linguaggi sonori e gli strumenti scenici usati dalla Maestra sono appena accennati, sembrano promettere un’espansione che non si compie del tutto. Rimangono come possibilità sospese, intuizioni che avrebbero potuto intrecciarsi più profondamente alla drammaturgia. Tuttavia “Cielo” resta un lavoro che si lascia attraversare con naturalezza. Nella sua apparente semplicità custodisce il gesto prezioso di riconoscersi. Perché ci si scopre ancora capaci di guardare, per il tempo di acquazzone, con lo stesso sguardo di allora.
IL CORO DELL’ALBA / Consorzio Balsamico
Ci sono domande a cui non è semplice rispondere. Troppo ampie nel loro porsi, tanto da rendere più facile un aderire alla realtà che librarle nel campo più interessante dell’immaginazione. Eppure alla questione “Che cosa ci manca” nelle voci registrate di adulti e bambini che aprono lo spettacolo di Consorzio Balsamico si spalanca una porta: Mi manca volare. In questo momento semplicemente si è catapultati in un’altra possibilità, una inaspettata possibilità per me seduta in platea che pure al gioco teatrale sono abituata. Tre pannelli bianchi sul fondo, di cui quello centrale più ampio, sono la superficie che accoglierà le ambientazioni della storia di “Il coro dell’alba” tra proiezioni video iniziali e quelle costruite in diretta sulla lavagna luminosa posta in proscenio a svelare il meccanismo artigianale di costruzione della nostra storia. Protagonisti un gruppo di uccelli, meravigliose creature realizzate con filo di ferro coloratissimo, leggere nella loro trasparenza di marionette manovrate da Silvia Cristofori e Marzia Meddi mentre una bravissima Giada Borgatti (che firma anche il testo) darà voce ad ognuna, caratterizzata da personalità e dialetto, perfettamente riconoscibile nelle proprie idiosincrasie e attitudini, in un incredibile gioco ritmico di dialoghi e battute. Vivono queste marionette, opere d'arte realizzate da Alessandra Stefanini, in un troppo stretto condominio, oramai paralizzate nel loro stare a terra, intrappolate dalla paura di volare e lasciare così la propria casa. Ma cosa siamo se limitiamo il nostro pensiero a ciò che è più facile, se non ci prendiamo il rischio di sperimentare il nuovo, se perdiamo noi stessi nel terrore di perdere i legami affettivi. Piano piano i nostri protagonisti lasceranno le proprie gabbie, si sproneranno a vicenda per imparare di nuovo, prima a camminare e poi a sbattere le ali, fino a che è possibile il volo, incerto e limitato, poi spericolato e vertiginoso. “Sono le ali che modificano l’aria”, che le danno la dimensione, in un testo costruito su significati stratificati in grado di coinvolgere un pubblico ampio. E qui una delle immagini più belle nella regia raffinata di Virginia Franchi, capace di mettere insieme una precisa estetica, tra nuovi linguaggi e artigianalità, all’attenzione costante al giovane pubblico, per ritmo narrativo e costruzione di un immaginario. Silvia Cristofori e Marzia Meddi ci portano in questo volo alla scoperta del mondo, facendoci vedere le marionette dall’alto mentre sul fondo (uno dei pannelli) passano le immagini stilizzate del panorama creato sulla lavagna luminosa. Un’immagine di matrice cinematografica attraverso la quale quasi sentiamo il vento tra i capelli. E non importa se uno degli uccelli deciderà di voler andare più lontano, ai confini del mondo, solo: i legami non si perderanno perché è nel rapporto che troviamo noi stessi.
PIEDI NUDI / Déjà Donné
CON LE NUOVE CINQUE RECENSIONI DI ROSSELLA MARCHI E EMANUELA REA
CIELO / Teatro Koreja in collaborazione con Babilonia Teatri
C’è un punto della memoria da cui l’infanzia non si è mai allontanata davvero. Rimane silenziosa e fertile come una radice che continua a nutrire ciò che siamo diventati. “Cielo”, prodotto da Teatro Koreja in collaborazione con Babilonia Teatri, abita proprio questo spazio interiore: un luogo in cui il tempo non è linea che va ma eco che ritorna. Lo spettacolo, pensato per le nuove generazioni a partire dai tre anni, sceglie una strada: lasciare che siano i segni minimi a farsi portatori di senso. In scena il protagonista, interpretato da Carlo Durante, attraversa una soglia invisibile tra presente e passato, tra l’adulto che racconta e il bambino che continua a guardare il mondo con stupore intatto. Lo fa con un gesto semplice, domestico: disegnare. Un piccolo tablet diventa il varco attraverso cui i cieli interiori prendono forma e si espandono sulla lavagna, superficie liminare che separa e insieme connette ciò che è stato e ciò che è. Disegna cieli Carlo, cieli di tutti i tipi e la sua Maestra, bianca di capelli. Disegna tutto quello che ricorda e che è rimasto incastrato nel suo essere Carlo. È interessante questa traiettoria: memoria e tecnologia si intrecciano senza attrito, sostenute da una modalità scenica leggera, quasi confidenziale. Non c’è mai la volontà di spiegare, né di guidare lo spettatore e la spettatrice verso un significato univoco. Si offre piuttosto uno spazio da abitare, come quando qualcuno condivide un frammento di sé senza pretendere di insegnare nulla. Dietro quella lavagna c’è una presenza: una figura dai lunghi capelli bianchi, la sua Maestra, interpretata da Silvia Ricciardelli. Non è solo un ricordo ma una traccia incarnata: una figura che rimane incastonata nella sua seconda maternità, colei che in-segna a figli non suoi ma ne muove lo spirito e le curiosità, ne sostanzia il talento e indirizza l'entusiasmo. Quando il cielo si fa notte, quella figura emerge, si fa corpo, attraversa il presente prima di dissolversi di nuovo. Ma è proprio in questa delicatezza che, a nostro avviso, si apre una possibile tensione. La figura della Maestra, pur evocata come cardine emotivo del racconto, resta in parte ai margini come se la sua presenza scenica non fosse necessaria quanto la sua assenza. Pensiamo infatti che il dispositivo avrebbe forse acquisito maggiore forza: ogni spettatore e spettatrice avrebbe potuto convocare la propria figura fondativa, senza mediazioni. Anche i linguaggi sonori e gli strumenti scenici usati dalla Maestra sono appena accennati, sembrano promettere un’espansione che non si compie del tutto. Rimangono come possibilità sospese, intuizioni che avrebbero potuto intrecciarsi più profondamente alla drammaturgia. Tuttavia “Cielo” resta un lavoro che si lascia attraversare con naturalezza. Nella sua apparente semplicità custodisce il gesto prezioso di riconoscersi. Perché ci si scopre ancora capaci di guardare, per il tempo di acquazzone, con lo stesso sguardo di allora.
SCOTCH – Un gioco / ABC - Allegra Brigata Cinematica.
C’è un tempo in cui il mondo non è ancora dato, ma accade. Si costruisce per tentativi, per curiosità. “Scotch”, di Serena Marossi e Simone Moretti prodotto da ABC-Allegra Brigata Cinematica, copre con precisione questo tempo originario, rivolgendosi a una fascia delicatissima, dai 2 ai 4 anni, senza mai tradirne la complessità. Lo spazio scenico è essenziale, raccolto. Piccole pareti basse ne tracciano il perimetro: proteggono un territorio di gioco. Dentro, una costellazione di rotoli di scotch colorati blu, gialli, rossi, dissemina possibilità. Non sono oggetti, non lo sono ancora: sono presenze da interrogare. La performer Serena Marossi entra in questo spazio come si entra in un paesaggio sconosciuto. Il suo corpo non impone, esplora. I rotoli diventano subito interlocutori mobili: rotolano, si rincorrono, si sovrappongono, si infilano l’uno nell’altro, si accatastano fino a costruire architetture fragili, torri precarie di colore e ritmo. È una grammatica in formazione, fatta di prove e deviazioni. Poi accade un passaggio sottile. Il corpo smette di stare di fronte agli oggetti e comincia a lasciarsi attraversare: lo scotch si fa vestito, si aggancia agli arti, modifica la postura, suggerisce nuove possibilità di movimento. La relazione si intensifica, si fa reciproca. Non è più solo il gioco a essere manipolato ma è il gioco stesso a trasformare chi gioca. Fino a quando emerge la natura dell’oggetto: lo scotch si apre, aderisce, trattiene, si incolla, appiccica e così facendo disegna linee e costruisce forme. Introduce una resistenza. Ed è qui a nostro avviso che lo spettacolo trova uno dei suoi nuclei più interessanti: la negoziazione del significato. Nulla è dato una volta per tutte. Tra la performer e la materia si instaura un dialogo continuo in cui ogni gesto ridefinisce le regole. “Scotch” non racconta una storia ma mette in atto un processo. Un attraversamento lento e necessario che somiglia molto al modo in cui si impara a stare al mondo: per tentativi, contrapposizioni e scoperte. Il gioco, qui, è conoscenza in divenire. E in questa pratica aperta risiede la sua forza più limpida: restituire l’idea che le possibilità sono infinite perché tutto è ancora da costruire perché determinato dall’incontro. Un suggerimento, tuttavia, ci sentiamo di darlo: ripensare la disposizione dello spettacolo in una forma a pianta centrale. L’età delle bambine e dei bambini a cui è rivolto potrebbe trovare in questa configurazione una maggiore prossimità, una possibilità ancora più concreta di entrare nel il gioco. È ciò che accade finito lo spettacolo, quando la struttura si apre e accoglie tutti nella sua “pancia”: un momento in cui la distanza si annulla e il dispositivo scenico diventa esperienza. Ed è proprio lì che si intuisce fino in fondo la direzione possibile: uno spazio che non si guarda soltanto ma che si può attraversare. Dove le possibilità restano infinite perché continuamente reinventate nel gesto di chi gioca.
ROSSELLA MARCHI
IL CORO DELL’ALBA / Consorzio Balsamico
Ci sono domande a cui non è semplice rispondere. Troppo ampie nel loro porsi, tanto da rendere più facile un aderire alla realtà che librarle nel campo più interessante dell’immaginazione. Eppure alla questione “Che cosa ci manca” nelle voci registrate di adulti e bambini che aprono lo spettacolo di Consorzio Balsamico si spalanca una porta: Mi manca volare. In questo momento semplicemente si è catapultati in un’altra possibilità, una inaspettata possibilità per me seduta in platea che pure al gioco teatrale sono abituata. Tre pannelli bianchi sul fondo, di cui quello centrale più ampio, sono la superficie che accoglierà le ambientazioni della storia di “Il coro dell’alba” tra proiezioni video iniziali e quelle costruite in diretta sulla lavagna luminosa posta in proscenio a svelare il meccanismo artigianale di costruzione della nostra storia. Protagonisti un gruppo di uccelli, meravigliose creature realizzate con filo di ferro coloratissimo, leggere nella loro trasparenza di marionette manovrate da Silvia Cristofori e Marzia Meddi mentre una bravissima Giada Borgatti (che firma anche il testo) darà voce ad ognuna, caratterizzata da personalità e dialetto, perfettamente riconoscibile nelle proprie idiosincrasie e attitudini, in un incredibile gioco ritmico di dialoghi e battute. Vivono queste marionette, opere d'arte realizzate da Alessandra Stefanini, in un troppo stretto condominio, oramai paralizzate nel loro stare a terra, intrappolate dalla paura di volare e lasciare così la propria casa. Ma cosa siamo se limitiamo il nostro pensiero a ciò che è più facile, se non ci prendiamo il rischio di sperimentare il nuovo, se perdiamo noi stessi nel terrore di perdere i legami affettivi. Piano piano i nostri protagonisti lasceranno le proprie gabbie, si sproneranno a vicenda per imparare di nuovo, prima a camminare e poi a sbattere le ali, fino a che è possibile il volo, incerto e limitato, poi spericolato e vertiginoso. “Sono le ali che modificano l’aria”, che le danno la dimensione, in un testo costruito su significati stratificati in grado di coinvolgere un pubblico ampio. E qui una delle immagini più belle nella regia raffinata di Virginia Franchi, capace di mettere insieme una precisa estetica, tra nuovi linguaggi e artigianalità, all’attenzione costante al giovane pubblico, per ritmo narrativo e costruzione di un immaginario. Silvia Cristofori e Marzia Meddi ci portano in questo volo alla scoperta del mondo, facendoci vedere le marionette dall’alto mentre sul fondo (uno dei pannelli) passano le immagini stilizzate del panorama creato sulla lavagna luminosa. Un’immagine di matrice cinematografica attraverso la quale quasi sentiamo il vento tra i capelli. E non importa se uno degli uccelli deciderà di voler andare più lontano, ai confini del mondo, solo: i legami non si perderanno perché è nel rapporto che troviamo noi stessi.
PIEDI NUDI / Déjà Donné
Progetto di danza per due piedi e una danzatrice: “Piedi nudi” di Déjà Donné si rivolge a un pubblico di piccolissimi (2-5 anni), trovando nel linguaggio coreografico il giusto strumento di dialogo. Una scena bianca con fondale bianco e un paravento basso sono l’ambientazione di una storia di crescita e scoperta del mondo, nata da un’idea originale di Maria Ellero, che cura anche la regia, mentre le coreografie sono firmate da Virginia Spallarossa, insieme di nuovo dopo il felice “GIRA GIRA, danza la vita” (produzione del 2019). Da dietro il paravento (la struttura di scena è di Emanuele Cracigna) compare un piede alle prese con le attività quotidiane - stende i panni, i piccoli body dei neonati, prepara un caffè, annaffia le piante - prima da solo, poi accompagnato da un altro piede. La musica, divertente e spumeggiante, rende la narrazione piacevole e scorrevolissima fino a quando i piedi scompaiono, per ricomparire sotto un telo, bianco, che a poco a poco svela la figura della danzatrice Simona De Martino. Non è chiarissimo questo passaggio drammaturgico perché sembra quasi una nascita, mentre invece le note dello spettacolo rivelano che i due piedi “scoprono di essere in due” (quindi i piedi non si conoscevano?) e che nella loro voglia di avventurarsi nel mondo “porteranno con loro alla luce un corpo” (perché?). Inizia così un viaggio di formazione attraverso vari oggetti di scena costruiti da Sandra Pagliarani e un multiforme tappeto illustrato ad opera di Gianni Franceschini, attraverso il quale il corpo farà esperienza di ambienti e situazioni, percorsi e giochi. Molto brava Simona De Martino ad attraversare le varie narrazioni e i diversi piani su cui sono costruite, in una naturale attitudine al dialogo con questi giovani spettatori. Lo spettacolo si chiude invitando alcuni di questi a disegnare sul tappeto e lasciando gli altri inevitabilmente esclusi dal gioco.
BAILAORA/IN A ROOM / Chiara Frigo/Zebra Cultural Zoo
Inizia con la performance “Miss Lala al Circo Fernando” il progetto di Chiara Frigo/ Zebra Cultural Zoo dedicato alla valorizzazione degli archivi personali, con un’interprete d’eccezione: Marigia Maggipinto, storica danzatrice del Tanztheater di Pina Bausch. Si tratta di un percorso multidisciplinare quello ideato da Chiara Frigo e fortemente segnato da uno sguardo sul femminile, che sperimenta forme non convenzionali per indagare la memoria, il corpo e le dinamiche della trasmissione del sapere. “Bailaora / in a Room” ha come protagonista Giorgia Celli, danzatrice di prestigiose compagnie di flamenco internazionali, la cui carriera prende avvio nei tablaos di Madrid per poi proseguire con tournée in Europa, Asia e America. La platea del Teatro Torlonia si presenta senza poltrone, con sedute a terra a circondare su tre lati un rettangolo/ring (in a room, appunto) il cui perimetro è segnato da scarpe da ballo, molte delle quali sono spunto per un racconto di viaggi, di tournée e di incontri (la drammaturgia è curata da Riccardo de Torrebruna). Dichiaro subito che non sono un’esperta di flamenco e ne ho conoscenza limitata ma ho avuto la fortuna di sedere lateralmente e molto vicina al ring così da vedere a pieno i piedi e il corpo di Giorgia Celli. Il suo è un corpo innervato di flamenco, ogni parte vibra sul movimento, è consapevole della danza, del suo senso e della sua storia, tanto da diventare ipnotico e seduttivo. Intreccia nella sua narrazione, racconti autobiografici e la storia del flamenco. Partita a 18 anni da Ostia, spinta dai genitori, per fare un’esperienza di 3 mesi è rimasta a vivere in Spagna, risucchiata dalla passione che le ha permesso di affrontare le difficoltà: non è facile per un’italiana entrare in una cultura così forte e farsi strada nel mondo lavorativo. Intanto ci racconta come il flamenco, nato nel XVIII secolo da influenze gitane, arabe e ebraiche, fosse la danza del popolo, degli emarginati fino a diventare il simbolo dell’"ispanicità" per il turismo. Così anche la famosa gonna rossa a pallini bianchi in realtà deriva da un errore di colorazione ed è stata utilizzata perché non la voleva acquistare nessuno. Si crea così un dispositivo drammaturgico dove il corpo racconta, oltre le parole, di una resistenza e della dignità di un popolo e Giorgia Celli è un’interprete simpaticamente generosa e visceralmente passionale. Non uno spettacolo pensato per i bambini, ma un tout public al quale spero partecipino gli adolescenti per scoprire forse che la vita ti porta dove neanche si immagina, a volte.
EMANUELA REA
BAILAORA/IN A ROOM / Chiara Frigo/Zebra Cultural Zoo
Inizia con la performance “Miss Lala al Circo Fernando” il progetto di Chiara Frigo/ Zebra Cultural Zoo dedicato alla valorizzazione degli archivi personali, con un’interprete d’eccezione: Marigia Maggipinto, storica danzatrice del Tanztheater di Pina Bausch. Si tratta di un percorso multidisciplinare quello ideato da Chiara Frigo e fortemente segnato da uno sguardo sul femminile, che sperimenta forme non convenzionali per indagare la memoria, il corpo e le dinamiche della trasmissione del sapere. “Bailaora / in a Room” ha come protagonista Giorgia Celli, danzatrice di prestigiose compagnie di flamenco internazionali, la cui carriera prende avvio nei tablaos di Madrid per poi proseguire con tournée in Europa, Asia e America. La platea del Teatro Torlonia si presenta senza poltrone, con sedute a terra a circondare su tre lati un rettangolo/ring (in a room, appunto) il cui perimetro è segnato da scarpe da ballo, molte delle quali sono spunto per un racconto di viaggi, di tournée e di incontri (la drammaturgia è curata da Riccardo de Torrebruna). Dichiaro subito che non sono un’esperta di flamenco e ne ho conoscenza limitata ma ho avuto la fortuna di sedere lateralmente e molto vicina al ring così da vedere a pieno i piedi e il corpo di Giorgia Celli. Il suo è un corpo innervato di flamenco, ogni parte vibra sul movimento, è consapevole della danza, del suo senso e della sua storia, tanto da diventare ipnotico e seduttivo. Intreccia nella sua narrazione, racconti autobiografici e la storia del flamenco. Partita a 18 anni da Ostia, spinta dai genitori, per fare un’esperienza di 3 mesi è rimasta a vivere in Spagna, risucchiata dalla passione che le ha permesso di affrontare le difficoltà: non è facile per un’italiana entrare in una cultura così forte e farsi strada nel mondo lavorativo. Intanto ci racconta come il flamenco, nato nel XVIII secolo da influenze gitane, arabe e ebraiche, fosse la danza del popolo, degli emarginati fino a diventare il simbolo dell’"ispanicità" per il turismo. Così anche la famosa gonna rossa a pallini bianchi in realtà deriva da un errore di colorazione ed è stata utilizzata perché non la voleva acquistare nessuno. Si crea così un dispositivo drammaturgico dove il corpo racconta, oltre le parole, di una resistenza e della dignità di un popolo e Giorgia Celli è un’interprete simpaticamente generosa e visceralmente passionale. Non uno spettacolo pensato per i bambini, ma un tout public al quale spero partecipino gli adolescenti per scoprire forse che la vita ti porta dove neanche si immagina, a volte.
EMANUELA REA


