
LA PRIMA PARTE DELL'ANALISI DELLA TRENTESIMA EDIZIONE DI ''GIOCATEATRO'' A TORINO
CON LE RECENSIONI DI LAURA BEVIONE E SAMUEL ZUCCHIATI
Dal 15 al 17 aprile 2026, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino , è tornato per la sua trentesima volta “ Giocateatro “, il festival dedicato al teatro per le nuove generazioni, che così ha celebrato un traguardo davvero importante nella storia dello spettacolo dal vivo per l’infanzia e la gioventù.
In questi trent’anni il festival si è dimostrato in campo nazionale uno dei punti di riferimento per artisti, compagnie, insegnanti, operatori culturali che operano in questo campo per la formazione di un pubblico già di per sé così vivo e speciale. Non per niente Giocateatro, nato come Il Gioco del Teatro, dopo essere stato inventato dal Teatro dell’Angolo e da Graziano Melano, al Teatro Araldo, vive in uno dei pochi luoghi che nel nostro paese è stato esclusivamente creato per questa funzione, un luogo dove i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze hanno la possibilità scoprire storie, linguaggi e visioni del teatro contemporaneo a loro dedicate. Giocateatro in questi ultimi anni è stato concepito da Emiliano Bronzino e Angela Santucci, prima di tutto come un luogo di incontro: tra artisti e pubblico, tra generazioni, tra immaginazione e realtà. Uno spazio in cui il teatro diventa occasione per guardare il mondo con occhi nuovi.
Il programma della XXX edizione ha attraversato, in tre giorni, linguaggi e forme sceniche diverse – teatro di narrazione, danza, teatro visivo, musica dal vivo, video e nuove tecnologie – con quindici spettacoli pensati per pubblici di età differenti .
Per Eolo, il Festival è sempre stato una specie di palestra dello sguardo per capire le tematiche e i linguaggi più praticati nel teatro ragazzi . In tal senso, quest’anno nell’analisi di alcuni spettacoli presentati ci faremo aiutare da Mario Bianchi, Laura Bevione, e Samuel Zucchiati. Laura e Samuel ci introdurranno in questa prima parte dello sguardo che ci ha sorpreso per la presenza di due giovanissimi artisti di sicuro e chiaro avvenire.
LE FOGLIE, IL VENTO E ALTRE CREATURE
Il riallestimento con tre giovani danzatori di uno spettacolo realizzato nel 2014: allora il titolo era Le Foglie e il Vento e l’interprete era Francesca Cinalli, che ora si è fatta carico di trasmettere la coreografia, necessariamente e fatalmente mutata. Un lavoro - destinato a bambini anche molto piccoli ma capace di incantare per delicatezza e poesia spettatori di tutte le età - che mantiene inalterata la sua evocativa e fluida magia, grazie tanto all’inventività della coreografia quanto alla cura riservata ai dettagli, sia per quanto concerne la partitura dei movimenti ma altresì l’allestimento scenico, caratterizzato da oggetti semplici eppure fortemente simbolici. Lanterne di carta e tante foglie multicolori, petali di sottile carta bianca e teli candidi sotto cui nascondersi. Oggetti che non sono soltanto “belli” ma entrano a pieno titolo nella drammaturgia e nell’immaginario dello spettacolo: variamente manipolati e spostati dai tre espressivi interpreti, essi donano ulteriore densità a un racconto felicemente non narrativo sul trascorrere delle stagioni e sulle parallele differenti età dell’esistenza umana. Creature vegetali e animali che nascono, s’incontrano, amano, ritornano alla terra che le ha partorite: l’immutabile ciclo della vita si dispiega sul palcoscenico con naturale fluidità, accompagnato dallo stupore generato da ogni passaggio, da ogni metamorfosi. Lo spettacolo diventa così un invito ad abbandonarsi alla natura e ai suoi ritmi che, proprio per la loro inflessibile ciclicità, regalano costante meraviglia: per la loro rassicurante immutabilità così come per gli inattesi slittamenti che a tratti quel meccanismo tanto rigido concede.
Un giovane, diventato attore dopo aver attraversato eclettiche vocazioni, si ritrova insegnante nella scuola media di una cittadina della profonda provincia italiana, quella inesorabilmente malata di mediocrità e sprezzo per ogni deontologia. L’attore vorrebbe ovviamente tenere un corso di teatro, disciplina che i genitori degli allievi, però, ritengono del tutto inutile. Il nostro protagonista - incarnato con forza generosa e sincera adesione da Pietro Cerchiello, anche ironico e intelligente autore – decide allora di denominare la propria materia “tecniche di lavoro di gruppo”: formula tanto vuota quanto attraente, un arguto espediente per far rientrare in aula il teatro tanto negletto. L’insegnante – niente affatto “per caso” ma mosso da vocazione autentica – si trova così a fronteggiare una vera e propria ciurma di scalmanati e problematici pre-adolescenti: quello che lancia pietre e quello nostalgico di un fascismo che non sa neanche bene cosa sia ma anche la ragazzina timida appassionata dei Legnanesi. Ci sono poi una preside decisamente paternalistica e colleghi che vivacchiano cercando di contenere l’esuberanza della classe. C’è soprattutto il protagonista, un attore o, meglio, un giovane uomo che si confronta con una generazione poco più giovane della propria e con un’altra, quella di chi da molto tempo è nell’età adulta, che pare priva di reale passione. Cerchiello crea così un monologo che sa parlare tanto ai pre-adolescenti quanto agli adulti. Ai primi offre uno specchio non deformato da stereotipi bensì capace di riflettere contraddizioni e fragilità ma anche slanci emotivi, acutezza e reale consapevolezza; ai secondi offre un ritratto realistico tanto della giovane generazione quanto di loro stessi, invitandoli così implicitamente a riflettere su quella vera e propria “pigrizia” mentale che spesso contraddistingue le relazioni instaurate con figli e allievi…
IO UCCIDO IGIGANTI
drammaturgia di Diego Pleuteri e Greta Petronillo, regia, scene e interpretazione di Greta Petronillo, illustrazioni e animazioni di Lorenzo Mauro. Prod.: Fondazione TRG, spettacolo vincitore Bando Orizzonti 2025.
Liberamente ispirato al fumetto statunitense I Kill Giants di Joe Kelly e Jm Ken Niimura, lo spettacolo creato e portato in scena da Greta Petronillo con la complicità di Diego Pleuteri – diplomatosi insieme alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino ed entrambi con carriere già bene avviate – è un monologo struggente ma rigorosamente anti-retorico, candido eppure percorso da lucida coscienza della realtà. La protagonista è una bambina di dieci anni, Barbara, raccontata dalla sé stessa diventata oramai adulta e tornata per l’ultima volta nella casa della sua infanzia, che è stata venduta. Circondata da scatoloni, un impermeabile chiaro, Petronillo/Barbara rievoca l’epica lotta contro i “giganti” condotta quando era allieva delle elementari, durante un periodo particolarmente difficile per lei – è costretta a recarsi da una “dottor Freud” che dovrebbe aiutarla a sfogare la propria sofferenza e le proprie paure. Scopriamo gradualmente che la mamma di Barbara è gravemente malata ma al centro del lavoro è proprio l’inventiva e appassionata strategia elaborata, quasi inconsapevolmente, dalla bambina per affrontare una sfida troppo grande per i suoi dieci anni. Una vera e propria guerra ingaggiata in solitaria – la protagonista è anche un po’ “bullizzata” e dunque, almeno all’inizio, diffida dell’amicizia sincera di una compagna – contro fantomatici “giganti” – evocati sul palcoscenico grazie alle illustrazioni animate di Lorenzo Mauro. Una lotta che sfocia in una leggendaria battaglia finale, accompagnata da una tempesta che getta la protagonista in mare, facendo temere il peggio…
WINNIE-THE- POOH. ORA ABBIAMO 6 ANNI
Uno spettacolo della Compagnia Teatrale Drogheria Rebelot dall’opera di A. A. Milne
con Miriam Costamagna e Andrea Lopez Nunes, regia, drammaturgia e scene Enrica Carini
Ih-Oh, Porcelletto, Gufo, Coniglio, Can e Guro, Tigro e Pooh, praticamente ci sono tutti gli amici di Christopher Robin riuniti attorno a un congedo che ha la leggerezza delle cose infantili e, insieme, la loro gravità segreta. Le sagome di Gabriele Genova, in questo quadro, sono bellissime: riconoscibili senza irrigidirsi in una semplice imitazione, capaci di restituire la morbidezza del mondo di Milne. La musica di Paolo Codognola accompagna senza invadere, i colori trovano un tono tenero ma non lezioso, e l’inizio dello spettacolo tocca qualcosa di davvero esatto.
La voce di Ih-Oh (Miriam Costamagna) spiazza per la dolcezza mentre legge la poesia dedicata a questo momento particolare: “Christopher Robin sta andando, dove? nessuno lo sa ma sta andando.Cioè se ne va. Christopher Robin, addio-io-io e tutti gli amici ti dicono, voglio dire, ogni amico ti dice, beh, ti diciamo senza rime che ti vogliamo bene. Fine".
Quella goffaggine affettuosa che appartiene ai personaggi del Bosco dei Cento Acri che vediamo in questo frammento mostra subito una delle qualità evidenti della creazione: la capacità di generare atmosfera e di affidarsi da un lato alla forza nuda dell’immagine, della figura, del tempo sospeso e dall’altra dalla flessibilità degli interpreti in scena. Ed è forse proprio per questa qualità evidente che vogliamo osservare con attenzione il “Winnie the Pooh” della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani. La messa in scena lascia intravedere fin dai primi minuti un potenziale autentico, una delicatezza non finta, una materia scenica che potrebbe portare molto lontano, a patto che si possa prendere il tempo per “lavorarci su” ancora.
La paura di Christopher Robin di non poter più fare "Niente" dopo l'ingresso a scuola potrebbe essere il vero cuore della storia. Una soglia percepita come perdita imminente. Fare niente, qui, è passeggiare, ascoltare ciò che normalmente sfugge, abitare il tempo senza doverlo riempire: uno spazio di libertà, non un capriccio infantile.
In questo senso, il mondo di A. A. Milne non è mai stato davvero "morale". Gli episodi brevi, le relazioni fatte di deviazioni ed esitazioni, i personaggi che abitano ciascuno il proprio modo di stare al mondo senza che questo venga ricondotto a una lezione: un ecosistema di esperienze, non una pedagogia. Lo spettacolo sembra raccogliere questa struttura antologica. Tra un momento e l'altro della vita scolastica, Christopher Robin ricorda e racconta, e le avventure nel Bosco dei Cento Acri affiorano come frammenti (l'inseguimento delle api, la casa allagata di Porcelletto, i piccoli viaggi improbabili alla scoperta del Palo Nord), componendo una costellazione più che una trama. Non c'è nulla, in questo, che costituisca di per sé un limite. Il problema è che il "fare niente" viene enunciato come tema senza diventare un'esperienza scenica precisa: un'idea dichiarata, evocata, ma non attraversata. Come se lo spettacolo ne riconoscesse il valore senza ancora trovare il modo di farlo accadere davanti agli occhi di chi guarda.
Nei due libri principali, “Winnie-the-Pooh e The House at Pooh Corner”, insieme alla raccolta poetica “When We Were Very Young, il Bosco dei Cento Acri” non è mai un luogo in cui “si impara qualcosa” nel senso più diretto. Non c’è una morale da estrarre, né un messaggio da consegnare. C’è un modo di stare dove i personaggi sbagliano, si contraddicono, si perdono in pensieri inconcludenti, si aiutano senza eroismo. Pooh insegue il miele senza strategia, Ih-Oh parla per deviazioni malinconiche, Porcelletto ha paura e non la supera davvero. Tutto accade in una temporalità che non corre verso un obiettivo, ma si dilata, si disperde, ritorna.In questo senso, il “fare niente” è semplicemente il modo in cui il mondo esiste.
La regia di Enrica Carini riconosce questa qualità soprattutto nei momenti visivi: le sagome, la composizione luminosa di Rossella Corna, la trasformazione degli oggetti scenici (la lavagna che diventa schermo) costruiscono uno spazio capace di evocare quella stessa sospensione. Ed è proprio per questo che si avverte con più forza ciò che ancora non regge. A un certo punto i due anim/attori abbandonano le figure e si rivolgono direttamente al pubblico con un invito a custodire l'infanzia, a non perdere lo sguardo dei bambini. Un consiglio dato in platea a spettatori dai 4 anni. L'infanzia smette così di essere esperienza ambigua e contraddittoria e diventa un luogo compatto, da proteggere più che da interrogare. Il messaggio non nasce dall'azione: la interrompe.
La questione è insieme drammaturgica e registica: se il tema dichiarato è la soglia tra infanzia e mondo adulto, manca un punto di vista preciso su questa trasformazione. La struttura antologica è coerente con il materiale di partenza, ma non viene orientata da una tensione riconoscibile e i frammenti si susseguono senza interrogarsi tra loro. Lo spettacolo sembra cercare il proprio tema mentre è già in scena. E quando immagini e pupazzi parlano così chiaro, spiegare il "fare niente" a parole è il sintomo più nitido di questa indecisione.
In questo senso, “Winnie the Pooh” sembra trovarsi in una soglia simile a quella del suo protagonista. Parla di crescita mentre è ancora, esso stesso, in crescita.
Nel teatro di figura, l’animazione non è un’aggiunta tecnica mamicro-drammaturgia del gesto che si innesta nella macro-drammaturgia della mise en scene. Il lavoro degli attori-animatori Costamagna e Lopez Nunes mostra un’ottima presenza scenica, ma nell’animazione delle figure si avverte una certa imprecisione: il gesto non è sempre nitido e il fuoco dell’azione si disperde. Con un tempo più lungo, la compagnia potrà dedicarsi alla relazione tra animatore e animato, tra attore e figura e le intuizioni delicate, le immagini riuscite, la qualità compositiva che ha evocato il mondo di Pooh potranno meglio amalgamarsi.
Come accade nel Bosco dei Cento Acri, dove il cammino non procede mai in linea retta ma per deviazioni, tentativi, ritorni, lo spettacolo che inaugura l’esplorazione del materiale narrativo di Milne (da quest’anno libero dai diritti d’autore) saprà far diventarequel “fare niente” davvero un’esperienza condivisa.
Replica dopo replica, si avvicina il momento in cui volentieri andremo a ritrovarlo per vedere quanto è cresciuto.
Samuel Zucchiati.
CON LE RECENSIONI DI LAURA BEVIONE E SAMUEL ZUCCHIATI
Dal 15 al 17 aprile 2026, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino , è tornato per la sua trentesima volta “ Giocateatro “, il festival dedicato al teatro per le nuove generazioni, che così ha celebrato un traguardo davvero importante nella storia dello spettacolo dal vivo per l’infanzia e la gioventù.
In questi trent’anni il festival si è dimostrato in campo nazionale uno dei punti di riferimento per artisti, compagnie, insegnanti, operatori culturali che operano in questo campo per la formazione di un pubblico già di per sé così vivo e speciale. Non per niente Giocateatro, nato come Il Gioco del Teatro, dopo essere stato inventato dal Teatro dell’Angolo e da Graziano Melano, al Teatro Araldo, vive in uno dei pochi luoghi che nel nostro paese è stato esclusivamente creato per questa funzione, un luogo dove i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze hanno la possibilità scoprire storie, linguaggi e visioni del teatro contemporaneo a loro dedicate. Giocateatro in questi ultimi anni è stato concepito da Emiliano Bronzino e Angela Santucci, prima di tutto come un luogo di incontro: tra artisti e pubblico, tra generazioni, tra immaginazione e realtà. Uno spazio in cui il teatro diventa occasione per guardare il mondo con occhi nuovi.
Il programma della XXX edizione ha attraversato, in tre giorni, linguaggi e forme sceniche diverse – teatro di narrazione, danza, teatro visivo, musica dal vivo, video e nuove tecnologie – con quindici spettacoli pensati per pubblici di età differenti .
Per Eolo, il Festival è sempre stato una specie di palestra dello sguardo per capire le tematiche e i linguaggi più praticati nel teatro ragazzi . In tal senso, quest’anno nell’analisi di alcuni spettacoli presentati ci faremo aiutare da Mario Bianchi, Laura Bevione, e Samuel Zucchiati. Laura e Samuel ci introdurranno in questa prima parte dello sguardo che ci ha sorpreso per la presenza di due giovanissimi artisti di sicuro e chiaro avvenire.
LE FOGLIE, IL VENTO E ALTRE CREATURE
di Mariachiara Raviola, coreografia di Francesca Cinalli, progetto sonoro di Paolo De Santis, luci di Riccardo Milanetto, costumi di Roberta Vacchetta. Con Chiara Cardona, Michele Noce, Teresa Priano. Prod.: Associazione Didee – Arti e comunicazione
TECNICHE DI LAVORO DI GRUPPO
di e con Pietro Cerchiello, regia di Ariele Celeste Soresina. Prod.: Dimore Creative, con il sostegno di CURA, Periferie Artistiche, Teatro Stabile La Contrada, Settimocielo, spettacolo vincitore Next Regione Lombardia 2025.Un giovane, diventato attore dopo aver attraversato eclettiche vocazioni, si ritrova insegnante nella scuola media di una cittadina della profonda provincia italiana, quella inesorabilmente malata di mediocrità e sprezzo per ogni deontologia. L’attore vorrebbe ovviamente tenere un corso di teatro, disciplina che i genitori degli allievi, però, ritengono del tutto inutile. Il nostro protagonista - incarnato con forza generosa e sincera adesione da Pietro Cerchiello, anche ironico e intelligente autore – decide allora di denominare la propria materia “tecniche di lavoro di gruppo”: formula tanto vuota quanto attraente, un arguto espediente per far rientrare in aula il teatro tanto negletto. L’insegnante – niente affatto “per caso” ma mosso da vocazione autentica – si trova così a fronteggiare una vera e propria ciurma di scalmanati e problematici pre-adolescenti: quello che lancia pietre e quello nostalgico di un fascismo che non sa neanche bene cosa sia ma anche la ragazzina timida appassionata dei Legnanesi. Ci sono poi una preside decisamente paternalistica e colleghi che vivacchiano cercando di contenere l’esuberanza della classe. C’è soprattutto il protagonista, un attore o, meglio, un giovane uomo che si confronta con una generazione poco più giovane della propria e con un’altra, quella di chi da molto tempo è nell’età adulta, che pare priva di reale passione. Cerchiello crea così un monologo che sa parlare tanto ai pre-adolescenti quanto agli adulti. Ai primi offre uno specchio non deformato da stereotipi bensì capace di riflettere contraddizioni e fragilità ma anche slanci emotivi, acutezza e reale consapevolezza; ai secondi offre un ritratto realistico tanto della giovane generazione quanto di loro stessi, invitandoli così implicitamente a riflettere su quella vera e propria “pigrizia” mentale che spesso contraddistingue le relazioni instaurate con figli e allievi…
IO UCCIDO IGIGANTI
drammaturgia di Diego Pleuteri e Greta Petronillo, regia, scene e interpretazione di Greta Petronillo, illustrazioni e animazioni di Lorenzo Mauro. Prod.: Fondazione TRG, spettacolo vincitore Bando Orizzonti 2025.
Liberamente ispirato al fumetto statunitense I Kill Giants di Joe Kelly e Jm Ken Niimura, lo spettacolo creato e portato in scena da Greta Petronillo con la complicità di Diego Pleuteri – diplomatosi insieme alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino ed entrambi con carriere già bene avviate – è un monologo struggente ma rigorosamente anti-retorico, candido eppure percorso da lucida coscienza della realtà. La protagonista è una bambina di dieci anni, Barbara, raccontata dalla sé stessa diventata oramai adulta e tornata per l’ultima volta nella casa della sua infanzia, che è stata venduta. Circondata da scatoloni, un impermeabile chiaro, Petronillo/Barbara rievoca l’epica lotta contro i “giganti” condotta quando era allieva delle elementari, durante un periodo particolarmente difficile per lei – è costretta a recarsi da una “dottor Freud” che dovrebbe aiutarla a sfogare la propria sofferenza e le proprie paure. Scopriamo gradualmente che la mamma di Barbara è gravemente malata ma al centro del lavoro è proprio l’inventiva e appassionata strategia elaborata, quasi inconsapevolmente, dalla bambina per affrontare una sfida troppo grande per i suoi dieci anni. Una vera e propria guerra ingaggiata in solitaria – la protagonista è anche un po’ “bullizzata” e dunque, almeno all’inizio, diffida dell’amicizia sincera di una compagna – contro fantomatici “giganti” – evocati sul palcoscenico grazie alle illustrazioni animate di Lorenzo Mauro. Una lotta che sfocia in una leggendaria battaglia finale, accompagnata da una tempesta che getta la protagonista in mare, facendo temere il peggio…
"Io uccido i giganti" diverte e commuove, appassiona e fa riflettere – in particolar modo su come ai bambini siano presentati temi ritenuti ancora oggi – o meglio, soprattutto oggi – tabù: il dolore, il male, la morte. Uno spettacolo maturo ed equilibrato, che non sceglie mai la più facile soluzione ad effetto bensì scava con sensibilità nell’animo umano, rispecchiandone l’umanissima poliedricità.
LAURA BEVIONE
WINNIE-THE- POOH. ORA ABBIAMO 6 ANNI
Uno spettacolo della Compagnia Teatrale Drogheria Rebelot dall’opera di A. A. Milne
con Miriam Costamagna e Andrea Lopez Nunes, regia, drammaturgia e scene Enrica Carini
sagome e figure Gabriele Genova, musiche originali Paolo Codognola, produzione Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani Onlus
La voce di Ih-Oh (Miriam Costamagna) spiazza per la dolcezza mentre legge la poesia dedicata a questo momento particolare: “Christopher Robin sta andando, dove? nessuno lo sa ma sta andando.Cioè se ne va. Christopher Robin, addio-io-io e tutti gli amici ti dicono, voglio dire, ogni amico ti dice, beh, ti diciamo senza rime che ti vogliamo bene. Fine".
Quella goffaggine affettuosa che appartiene ai personaggi del Bosco dei Cento Acri che vediamo in questo frammento mostra subito una delle qualità evidenti della creazione: la capacità di generare atmosfera e di affidarsi da un lato alla forza nuda dell’immagine, della figura, del tempo sospeso e dall’altra dalla flessibilità degli interpreti in scena. Ed è forse proprio per questa qualità evidente che vogliamo osservare con attenzione il “Winnie the Pooh” della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani. La messa in scena lascia intravedere fin dai primi minuti un potenziale autentico, una delicatezza non finta, una materia scenica che potrebbe portare molto lontano, a patto che si possa prendere il tempo per “lavorarci su” ancora.
La paura di Christopher Robin di non poter più fare "Niente" dopo l'ingresso a scuola potrebbe essere il vero cuore della storia. Una soglia percepita come perdita imminente. Fare niente, qui, è passeggiare, ascoltare ciò che normalmente sfugge, abitare il tempo senza doverlo riempire: uno spazio di libertà, non un capriccio infantile.
In questo senso, il mondo di A. A. Milne non è mai stato davvero "morale". Gli episodi brevi, le relazioni fatte di deviazioni ed esitazioni, i personaggi che abitano ciascuno il proprio modo di stare al mondo senza che questo venga ricondotto a una lezione: un ecosistema di esperienze, non una pedagogia. Lo spettacolo sembra raccogliere questa struttura antologica. Tra un momento e l'altro della vita scolastica, Christopher Robin ricorda e racconta, e le avventure nel Bosco dei Cento Acri affiorano come frammenti (l'inseguimento delle api, la casa allagata di Porcelletto, i piccoli viaggi improbabili alla scoperta del Palo Nord), componendo una costellazione più che una trama. Non c'è nulla, in questo, che costituisca di per sé un limite. Il problema è che il "fare niente" viene enunciato come tema senza diventare un'esperienza scenica precisa: un'idea dichiarata, evocata, ma non attraversata. Come se lo spettacolo ne riconoscesse il valore senza ancora trovare il modo di farlo accadere davanti agli occhi di chi guarda.
Nei due libri principali, “Winnie-the-Pooh e The House at Pooh Corner”, insieme alla raccolta poetica “When We Were Very Young, il Bosco dei Cento Acri” non è mai un luogo in cui “si impara qualcosa” nel senso più diretto. Non c’è una morale da estrarre, né un messaggio da consegnare. C’è un modo di stare dove i personaggi sbagliano, si contraddicono, si perdono in pensieri inconcludenti, si aiutano senza eroismo. Pooh insegue il miele senza strategia, Ih-Oh parla per deviazioni malinconiche, Porcelletto ha paura e non la supera davvero. Tutto accade in una temporalità che non corre verso un obiettivo, ma si dilata, si disperde, ritorna.In questo senso, il “fare niente” è semplicemente il modo in cui il mondo esiste.
La regia di Enrica Carini riconosce questa qualità soprattutto nei momenti visivi: le sagome, la composizione luminosa di Rossella Corna, la trasformazione degli oggetti scenici (la lavagna che diventa schermo) costruiscono uno spazio capace di evocare quella stessa sospensione. Ed è proprio per questo che si avverte con più forza ciò che ancora non regge. A un certo punto i due anim/attori abbandonano le figure e si rivolgono direttamente al pubblico con un invito a custodire l'infanzia, a non perdere lo sguardo dei bambini. Un consiglio dato in platea a spettatori dai 4 anni. L'infanzia smette così di essere esperienza ambigua e contraddittoria e diventa un luogo compatto, da proteggere più che da interrogare. Il messaggio non nasce dall'azione: la interrompe.
La questione è insieme drammaturgica e registica: se il tema dichiarato è la soglia tra infanzia e mondo adulto, manca un punto di vista preciso su questa trasformazione. La struttura antologica è coerente con il materiale di partenza, ma non viene orientata da una tensione riconoscibile e i frammenti si susseguono senza interrogarsi tra loro. Lo spettacolo sembra cercare il proprio tema mentre è già in scena. E quando immagini e pupazzi parlano così chiaro, spiegare il "fare niente" a parole è il sintomo più nitido di questa indecisione.
In questo senso, “Winnie the Pooh” sembra trovarsi in una soglia simile a quella del suo protagonista. Parla di crescita mentre è ancora, esso stesso, in crescita.
Nel teatro di figura, l’animazione non è un’aggiunta tecnica mamicro-drammaturgia del gesto che si innesta nella macro-drammaturgia della mise en scene. Il lavoro degli attori-animatori Costamagna e Lopez Nunes mostra un’ottima presenza scenica, ma nell’animazione delle figure si avverte una certa imprecisione: il gesto non è sempre nitido e il fuoco dell’azione si disperde. Con un tempo più lungo, la compagnia potrà dedicarsi alla relazione tra animatore e animato, tra attore e figura e le intuizioni delicate, le immagini riuscite, la qualità compositiva che ha evocato il mondo di Pooh potranno meglio amalgamarsi.
Come accade nel Bosco dei Cento Acri, dove il cammino non procede mai in linea retta ma per deviazioni, tentativi, ritorni, lo spettacolo che inaugura l’esplorazione del materiale narrativo di Milne (da quest’anno libero dai diritti d’autore) saprà far diventarequel “fare niente” davvero un’esperienza condivisa.
Replica dopo replica, si avvicina il momento in cui volentieri andremo a ritrovarlo per vedere quanto è cresciuto.
Samuel Zucchiati.


