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Eolo
recensioni
ECCO LA SECONDA PARTE DEL REPORT SUL FESTIVAL '' TEATRO TRA LE GENERAZIONI"
ORGANIZZATA DA GIALLO MARE MINIMAL TEATRO SI E'TENUTO DAL 17 AL 20 MARZO A CASTELFIORENTINO

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Dal 17 al 20 Marzo , a Castelfiorentino, come è consuetudine da 15 anni, si è tenuto “ Teatro tra le generazioni “,il festival di teatro per l’Infanzia, organizzato da Giallo Mare Minimal Teatro, con la direzione di Renzo Boldrini e Vania Pucci : 13 spettacoli due proiezioni, tre incontri, con un filo legato alle storie e alle loro possibili diramazioni, che ha attraversato tutte le creazioni, collegandole al pubblico di grandi e piccoli spettatori e spettatrici. In questa seconda parte del nostro report Rossella Marchi ci parlerà di “Sbucci “ degli Omini, letteralmente composto dalle parole dei bambini raccolte dal gruppo toscano e ci racconterà di “ Favola di C “‘ l’esperienza scenica per ragazzi diretta da Enrico Casale degli Scarti portata avanti nella Casa Circondariale Villa Andreino di La Spezia, vista a Sarzana al Festival della Mente.
Arianna Baroni ci relazionerà invece di due spettacoli che hanno riproposto in modo nostalgico la magia del Circo “Scordati” degli Eccentrici Dadaró ed “Nanni ed Emilia”’dei Manicomics .
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SBUCCI – Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Gli Omini

C’è qualcosa di profondamente disarmante in Sbucci, della compagnia Gli Omini. Non è solo la materia da cui nasce, un’immersione nelle parole di bambini e bambine raccolte in 60 classi elementari del centro Italia, ma è il modo in cui quelle parole, una volta liberate, tornano a noi come un’eco che non è più possibile ignorare. In scena un grande robot, Bobby, interroga tre piccoli robottini di ritorno dalla Terra. Hanno attraversato il nostro mondo per raccogliere informazioni sulla vita degli umani, ma non hanno incontrato gli adulti. Solo bambini e bambine. E così il racconto dell’umano si costruisce per frammenti, per pensieri sparsi che parlano dei più disparati argomenti della vita. Le voci registrate riempiono lo spazio come una costellazione di pensieri: la paura, la guerra, la pace, i telefoni, il senso stesso dell’esistere, quel che piace e quel che no. A fare da ponte, due buffe figure adulte, Francesco Rotelli e Luca Zacchini, provano a restituire senso a quelle parole, a renderle comprensibili a Bobby e alla sua famiglia ma allo stesso tempo è come se anche loro stessi recuperassero quel senso. Ma in questo gesto si avverte una crepa: ogni traduzione è già un tradimento, ogni spiegazione rischia di smussare ciò che nei bambini e nelle bambine è invece tagliente e limpido. Il cuore dello spettacolo è proprio qui: nell’impossibilità di afferrare fino in fondo ciò che le nuove generazioni stanno dicendo. Ne emerge un paesaggio attraversato da uno spaesamento diffuso, una sorta di silenziosa accusa rivolta verso un mondo adulto incapace, non solo a rispondere ma persino ad ascoltare. I bambini e le bambine non appaiono fragili: al contrario, mostrano una sorprendente lucidità, una capacità di nominare il mondo che mette a nudo le esitazioni degli adulti. Così “Sbucci” rischia di spostare il proprio baricentro. Più che parlare alle nuove generazioni, sembra rivolgersi agli adulti, chiamati a riconoscere ciò che i bambini e le bambine hanno già compreso. A nostro avviso, proprio nella ricchezza di questo materiale si insinua una mancanza: la drammaturgia di Giulia Zacchini sembra restare sospesa, come se non trovasse fino in fondo una direzione di sguardo capace di attraversare e organizzare questo patrimonio di voci. Le parole si accumulano, si accendono, ma non si trasformano in un vero dispositivo narrativo che accompagni lo spettatore dentro quello spaesamento, rendendolo attraversamento collettivo e non solo osservazione. E resta, alla fine, una sensazione doppia: da un lato la tenerezza viva, irriducibile, delle voci bambine che riverberano e dall’altro il desiderio che qualcuno sulla scena trovi il coraggio di attraversarle fino in fondo, di scegliere uno sguardo, e da lì restituirci non solo un ascolto, ma una forma capace di far risuonare ogni pensiero nella sua necessità più profonda.

FAVOLA DI C – Scarti Centro di Produzione

Ci sono incontri che non si esauriscono nel tempo che li contiene. Restano addosso, come se avessero bisogno di continuare il loro viaggio altrove. È ciò che è accaduto agli operatori del teatro per le nuove generazioni presenti al dialogo con la compagnia Scarti, centro di produzione che fa parte della rete “per Aspera ad Astra. Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza”, che da anni lavora nei luoghi della detenzione portando spazi di creazione ma soprattutto di possibilità.  Il progetto al centro dell’incontro, “Favola di C”, si è rivelato fin da subito come un nucleo pulsante che sfugge alla sola dimensione dello spettacolo, aprendosi ad un percorso comune che continua lasciando traccia anche oltre il tempo della scena. A raccontarlo sono state più voci: l’organizzatrice, il regista, altre figure che hanno preso parte al processo componendo un coro che ha saputo restituire la complessità e la delicatezza di un lavoro costruito nel tempo all’interno della Casa Circondariale Villa Andreino. In scena una comunità eterogenea: detenuti, ex detenuti, giovani allievi dei corsi di recitazione di Scarti. Non è solo un “fare teatro insieme”, ma un tentativo condiviso di ridefinire la propria esistenza dentro una relazione. In questo spazio, le differenze non si annullano ma diventano materia necessaria, perché è proprio nel loro incontro che si apre la possibilità di un nuovo inizio. L’ascolto degli operatori e delle operatrici del teatro per le nuove generazioni, si è fatto via via più denso e il tempo a disposizione è sembrato restringersi perché quello che si è ascoltato non è stato solo un racconto progettuale, ma un attraversamento emotivo, capace di far affiorare quel che spesso rimane sotto traccia e di interrogare il senso stesso del proprio lavoro. “Favola di C” prende le mosse dalla figura di Caino, dalla sua colpa e dal lungo cammino di espiazione che lo accompagna. Un viaggio che inizia nell’infanzia, accanto a un gendarme tanto buffo quanto sorprendentemente sensibile che noi abbiamo identificato con la Colpa, presenza costante che al termine del cammino si farà abbandonare, quando il protagonista, finalmente pronto, con l’aiuto del pubblico edificherà una nuova città, un luogo possibile dove tornare ad essere se stesso. Ciò che emerge infatti è una dichiarazione semplice e radicale: tutti possono ricominciare. Non come astrazione, ma come l’atto di costruire, giorno dopo giorno, dentro e oltre i confini imposti. Abbiamo avuto la fortuna di vedere lo spettacolo a Sarzana, in programmazione nel Festival della Mente, e l’esperienza ci ha lasciato il buon sapore delle possibilità. Le trasformazioni di Caino da bambino a vecchio, con il Tempo che si materializza grazie ad un tapis roulant che accompagna la crescita del protagonista anno dopo anno, si dispiegano con una chiarezza quasi disarmante, guidate dalla regia di Enrico Casale, che tiene insieme la molteplicità delle presenze con uno sguardo attento, capace di restituire a ciascuno il proprio spazio ma soprattutto di riconoscendone il moto creativo, il tentativo di volo. La capacità di liberarne lo sguardo, di portarli "fuori" rimanendo dentro, è una grande prova di sensibilità e responsabilità. Come dimostra un rap, scritto e interpretato da un attore detenuto, che rompe la scena lasciando tutti senza fiato per la verità che contiene. I costumi, il trucco, le parole, ogni elemento, curato e pensato, sembra nascere da una domanda precisa: come rendere visibile chi lo abita, senza tradirne l’essenza? Sullo sfondo, suggestivi paesaggi illustrati scorrono come orizzonti interiori, segnando il passaggio del tempo e dello spazio. E gli spettatori e spettatrici dell’infanzia destinatari dello spettacolo? Guardano e riconoscono senza indugio. Perché di fronte all’umanità non serve mediazione. In questo, Favola di C compie forse il gesto più potente: restituire, a chi guarda, la possibilità di riconoscersi nell’altro, al di là di ogni etichetta. L’incontro con Scarti lascia quindi una traccia precisa: il teatro, quando si assume il rischio della realtà, non racconta soltanto storie. Costruisce spazi in cui anche ciò che sembra irrimediabilmente chiuso può aprirsi. E in quell’apertura, fragile ma necessaria, accade qualcosa che somiglia molto alla libertà.
ROSSELLA MARCHI



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Scordàti / Eccentrici Dadarò
Di e con Umberto Banti, Andrea Ruberti, Dadde Visconti
Nanni e Emilia / Manicomics Teatrocirco
Da Walking the Tightrope di Mike Kenny
Con Mauro Mozzani e Annalesi Secco


Queste due creazioni sono legate dalla presenza del circo che, scenograficamente e drammaturgicamente, circonda dei personaggi che sembrano non sapere di esserlo. Figure profondamente umane e surreali che abitano uno spazio-tempo sospeso, una terra necessaria. Uno spazio ricco di significato, il contrario di un non-luogo. Questo spazio è il circo. L’altro filo conduttore di questi due lavori è la nostalgia nel suo significato etimologico il “dolore del ritorno”: se in "Scordati" la nostalgia della vita del circo porta tre personaggi a rivalutare le loro scelte, in "Nanni e Emilia" la nostalgia di un’estate dai nonni che non è più la stessa porta la protagonista ad affrontare la difficoltà di una mancanza. Vedremo che in entrambi i casi i desideri hanno un ruolo importante.
I tre meravigliosi interpreti e clown di "Scordati", aspettano un circo che sembra non tornare più. Il circo sembra essersi scordato di loro. L’attesa, un po’ come in Aspettando Godot di Beckett, si mescola con il gioco e diventa lo spazio del presente. Questo ci porta come pubblico a riflettere su quanto il presente sia uno spazio necessario di per sé, senza bisogno di essere in funzione del futuro, un pensiero che sembra essere in contraddizione con l’esercizio circense, che richiede invece paziente pratica per essere messo in scena. Ma quando il circo “accade” è emozionante riflettere sul tempo e la cura necessari all’esercizio. Se a questo si aggiungono poesia e suggestività si arriva all’anima del circo.
In una bellissima scenografia di Gisella Butera e Matilde Gori di Atelier di Scenografia Zaches, il trio aspetta il circo e nel mentre accadono cose surreali. Alla fine il circo arriva, ma il trio non è più interessato a seguirlo: nello spazio dell’attesa infatti si sono già verificate cose meravigliose e il desiderio, forse, è quello di rimanere liberi, di non aver bisogno di altro per essere felici. Un grande desiderio, a volte, crea i presupposti per la felicità. La maestria degli interpreti Umberto Banti, Andrea Ruberti e Dadde Visconti porta il pubblico a fare un’operazione coraggiosissima e molto difficile: ridere.

In "Nanni e Emilia" si crea invece quasi una sovrapposizione tra circo e aldilà. Un nonno (interpretato da Mauro Mozzani, artista proveniente dal Cirque de Soleil ) non riesce a raccontare alla nipote ( interpretata da Annalesi Secco) la morte della nonna e preferisce raccontarle che è partita con il circo. Il sogno di una vita, che vedremo poi vivere alla nipote, insieme alla nostalgia e alla mancanza di una persona cara che non c’è più. Ci è di insegnamento quanto i desideri, per quanto grandi, vadano seguiti. Potrebbero essere inconsapevolmente gli stessi dei nostri nonni e per questo ricevere da loro una forza aggiuntiva che ci permette di realizzarli. In una scenografia in mutamento e grazie ai due interpreti e all’utilizzo sapiente di un mix di linguaggi, il pubblico si emoziona pensando a radici e desideri.
ARIANNA BARONI



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