
IL REPORT DI EOLO SUL ''MAGGIO ALL'INFANZIA'' 2024
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI E ROSSELLA MARCHI DI NOVE SPETTACOLI IN PROGRAMMA
Di foglia in foglia “è stato il titolo che Teresa Ludovico, direttrice artistica dei Teatri di Bari, ha voluto dare alla ventisettesima edizione del Maggio all’Infanzia, riverberando l’idea di come il Teatro possa essere fondamentale per la crescita di ogni essere umano. Il Festival Pugliese è stato organizzato come sempre da Fondazione SAT Spettacolo Arte Territorio e affidato alla cura di Cecilia Cangelli, neo vincitrice del premio Eolo alla figura dell’organizzatore, con la consulenza pedagogica di Giorgio Testa.
Per l’edizione del 2024 due nuovi Comuni si sono aggiunti al progetto: Ruvo di Puglia e Martina Franca che, insieme a Bari, Molfetta e Monopoli, hanno ospitato per tutto il mese di maggio alcune significative produzioni di teatro ragazzi con debutti, repliche mattutine, dedicate alle scolaresche e appuntamenti pomeridiani e serali aperti alle famiglie e al pubblico tutto. Protagoniste anche le arti circensi, all’interno di due chapiteau del Circo Madera e del Circo Paniko.
L’interesse di Eolo, come sempre, si è concentrato sulla vetrina degli spettacoli proposti ai numerosi operatori del settore che dal 15 al 19 maggio tra Bari, Ruvo e Monopoli , giunti appositamente in Puglia per incontrare compagnie esordienti e visionare nuovi spettacoli da programmare nelle prossime stagioni teatrali in tutta Italia: 22 le produzioni presentate di cui 10 debutti nazionali e quattro regionali .
Nei giorni precedenti poi dal 2 al 23 maggio si è tenuto di concerto il MAGGIO ALL’INFANZIA CAMPANIA giunto alla sua nona edizione : in scena gli spettacoli inediti, ideati nel corso di un intero anno scolastico dalle classi coinvolte nel progetto TEATRO SCUOLA VEDERE FARE a Napoli e a Salerno, la rassegna di teatro fatto dalla scuola che ha coinvolto 10 Istituti Scolastici_45 spettacoli_49 classi_112 docenti_900 studenti.
La redazione di Eolo, non potendo soffermarsi su tutte le numerose creazioni presenti durante l’edizione di quest’anno, ha deciso disoffermarsi, attraverso lo sguardo di Mario Bianchi e Rossella Marchi, su 9 di esse.
QUANDO LE STELLE CADDERO NEL FIUME Teatri di Bari / La Compagnia del Sole,
“Quando le stelle caddero nel fiume”, una coproduzione dei Teatri di Bari con La Compagnia del Sole, partendo da un bel testo di Paolo Comentale, ci immerge nell’epoca fascista, quando il nostro paese era invischiato nell’impresa coloniale della occupazione dell’Etiopia. La creazione di impianto tradizionale, ben condotta in scena da Flavio Albanese e Augusto Masiello, con la regia di Alessandro Maggi e la drammaturgia di Marinella Anaclerio si concentra sull’atroce eccidio compiuto a Debre Libanós ad opera dei fascisti dei cristiani copti nel 1937 e sulla crisi di coscienza di due ufficiali, davanti a tanto scempio .
In un serrato confronto tra un maresciallo marconista ( Flavio Albanese) e il Federale di turno di assoluta fede mussoliniana ( Augusto Masiello) con la presenza muta, ma ben presente di Massimiliano De Corato, si assiste piano piano alla risoluzione di un fitto mistero legato alla sparizione di un tenente italiano. In modo asciutto e tagliente i ragazzi vengono condotti in un lembo di Storia sconosciuto, dove impareranno, loro malgrado, che la guerra ed il male, non è solo appanaggio degli altri, ma che sono stati anche perseguiti dai rappresentanti della nazione dove vivono e che devono impegnarsi perchè, chi li ha voluti, il Fascismo, non debba più ritornare. Se dedicato ai ragazzi, a nostro avviso, lo spettacolo avrebbe bisogno anche di un opportuno e più congruo inquadramento storico e, pur giustamente abituandoli alla Prosa tradizionale, dovrebbe essere attraversato anche da momenti che rompessero, in modo diverso, il continuo rapporto tra i due personaggi principali in gioco.
Factory Compagnia Transadriatica ha presentato al suo debutto nazionale: “Ballata per Kater i Rades”, un toccante concerto a due voci dove, su regia di Tonio De Nitto, Sara Bevilacqua e Riccardo Lanzarone, con le potentissime musiche dal vivo al violoncello di Redi Hasa, narrano, sul testo scritto da Giorgia Salicandro, la storia parallela di due bambini albanesi , Elvis e Lindita che si trovavano nel 1997 sulla Kater I Rades l , appena fuori le acque del loro paese, involontariamente speronata dalla Corvetta Sibilla della Marina Italiana, che tentava di impedire lo sbarco della nave in terra italiana : una nave colma di esseri umani che tentavano di fuggire da un paese, il loro, in grande rovina per cercare un futuro migliore. Fu una strage, la prima di altre stragi che si susseguiranno e che si susseguono, dove morirono un grande numero di esseri umani, tra cui parecchi bambini. Il vero e proprio “oratorio” di Factory si affida alle testimonianze di un ragazzo sopravvissuto e di una bambina che vi trovó la morte, le cui storie di sofferenza diventano dolore collettivo, innestandosi con bella invenzione nella cultura popolare albanese : il riverbero della leggenda, diventata immaginario primordiale di quel popolo, di Kuçedra, la cui storia, ascoltiamo, riportata da un coro di uomini e donne di quel popolo simile a quello della tragedia greca: Kuçedra, un drago femminile con molteplici teste, coperto di pelo rosso lanoso e con seni penduli che oltre a sputare fuoco è fautore di disastri naturali, che solo Dragùa, il bambino eletto può combattere e sconfiggere. Attraverso la poetica connessione tra cronaca e mito, biografie e storie collettive, “Ballata per Kater i Rades” ha la capacità nel medesimo tempo di farsi storia e commovente monito accorato, perchè queste tragedie non debbano più ripetersi.
L'EUROPA NON CADE DAL CIELO/ Teatro delle REVOLUTION/ Meridiani Perduti
Due spettacoli si sono in incastrati tra loro per narrare,anche con la musica, il passare degli anni con le loro trasformazioni : “ L’Europa non cade dal Cielo “ del Teatro delle Albe, e “Revolution “‘di Meridiani perduti .“L’Europa non cade dal cielo” che ha come significativo sottotitolo, “Cronistoria sentimentale di un’idea,di un sogno”’, su testo di Laura Orlandini e la regia di Alessandro Argnani, è il racconto a due voci, colmo di disillusioni, dovuto a due giovanissimi promettenti attori, Massimo Giordani e Camilla Berardi, che, partendo dalle speranze per un loro futuro migliore, ci accompagnano, attraverso immagini e canzoni, in un viaggio che ha come nucleo centrale l’Unione Europea: Partendo ovviamente dalla famosa proposta utopica di alcuni intellettuali, nata a Ventotene, dai primi tentativi di far nascere una struttura operativa di collaborazione tra Stati, dopo la seconda guerra mondiale, fino ad arrivare alla nascita dell’Euro e ai giorni nostri . “La storia che vi stiamo per raccontare vuole essere una dedica a tutte quelle persone che hanno sacrificato la loro vita per un’Europa unità e solidale. Perché solo facendo i conti con quello che siamo stati possiamo capire cosa poter essere o forse sarebbe meglio dire… cosa non essere” Il racconto espresso in modo concitato che ricorda il ritmo incalzante del Rap a forma di rap dei due attori ci racconta certo di tutti i fruttuosi passi per arrivare a quello che l’Europa è, ma nel medesimo tempo lo costellano dei frequenti fallimenti che lo hanno contraddistinto : la guerra fredda e la paura del comunismo, il muro di Berlino, l’emigrazione dei nostri connazionali e la tragedia di Marcinelle, i carrarmati russi in Ungheria e a Praga con la morte di Palach. E poi, sempre accompagnati dalle canzoni che hanno “segnato “ quegli anni, la guerra in Vietnam, le speranze di cambiamento del ‘68, le stragi operati dalla droga e dall'Aids, lo smembramento della Jugoslavia. Ma i due giovani attori terminano il loro racconto citando Greta e la sua volontà di cambiare il mondo e le donne, le ragazze che chiedono di fare rumore contro una violenza silenziosa e nascosta nelle case di tutti. E proprio partendo dai loro coetanei che Massimo e Camilla chiedono al pubblico dei ragazzi di immaginare un’altra società dove non ci siano più guerre, oppressioni degli esseri umani sugli esseri umani e che possano essere distrutte tutte le barriere che impediscano ai loro coetanei di tutto il mondo di studiare e lavorare dove vogliano .
“Revolution “ di Meridiani Perduti di contrappasso vive anch’esso di ricordi, ricordi che appaiono indelebili alla protagonista, interpretata in modo partecipe da Sara Bevilacqua che dalla sua finestra guarda Brindisi, la sua città. I ricordi prendono forma da due date : l’otto dicembre, del 1977 con lo scoppio al Petrolchimico di Brindisi con i suoi tre morti , partito da una fuga di gas nel reparto P2T e l’otto dicembre di tre anni dopo con l’omicidio di John Lennon da parte di uno squilibrato . Da qui la memoria della narratrice corre indietro nel tempo ai favolosi anni 60, gli anni della sua giovinezza, delle sue prime passioni che di pari passo si mescolano con la storia dei Beatles con le sue loro canzoni più celebri che vengono eseguite dal vivo dal bravissimo Daniele Guarini, accompagnato al Pianoforte da Daniele Bove. E così affacciata alla finestra della sua casa Sara osserva la Brindisi degli anni 60 che rivive sul palcoscenico con il brulicare dei suoi rioni, di pari passo con la nascita e l’ espandersi del grande stabilimento per la produzione di materiali plastici e il trasferirsi dai campi a quella fabbrica di uomini e donne. Dalla memoria, mentre il tempo della sua vita trascorre, emergono le figure di Zio Enrico , di zio Tonino, di zia Nina, di nonna Brigida con il suo giradischi che diffondevano le musiche del suo amato gruppo di Liverpool e il suo Roberto, l’amore della sua vita e della sua fatica per conquistarlo. La piccola storia si interseca così con la grande storia, formando un diario umano e nel contempo sociale di commovente spessore che Sara Bevilacqua ci rende in tutta la sua nostalgica essenza.
NELLA PANCIA DEL LUPO/ Kuziba - Bottega degli Apocrifi
“Nella pancia del lupo “di Kuziba, coprodotta con la Bottega degli Apocrifi, ritorna, attraverso una bellissima intuizione, ancora una volta, sulla fiaba più famosa del mondo, quella di Cappuccetto rosso, trasformata con la regia e l'originale drammaturgia di Raffaella Giancipoli in un percorso personale di consapevolezza e di iniziazione alla vita. In principio vediamo una nonna premurosa, forse troppo, una nonna simpatica che si esprime in dialetto che sta preparando un nuovo vestito rosso per la sua nipotina, Maria, che sta crescendo troppo in fretta. Eccola, poi , Maria annunciata da una farfalla narratrice nella sua casa ( Inconfondibile la mano scenografica di Bruno Soriato) alle prese con una madre, anche lei premurosa che le ricorda ogni volta cosa deve o non deve fare. La vediamo anche per mezzo di videoproiezioni (di Maria Cavallo e Maria Cascella) e l' affascinante paesaggio sonoro di Roberto Cupertino, recarsi dalla nonna e incontrare il lupo. Ma questa volta, per quasi tutto il tempo dello spettacolo non vedremo Maria attraversare il bosco per andare dalla nonna o cercare di capire se è lei o non è lei nel letto che di solito la ospitava, ma i bambini che vedranno lo spettacolo, saranno immersi, sì proprio immersi come Maria, nella pancia del lupo che l’ha mangiata . La osserveranno sperduta e angosciata prima in quel luogo oscuro, simile ad una prigione, ma subito la vedranno industriarsi per cercare di uscirne, da sola, finalmente con le sue sole forze, dopo aver fatto una specie di bilancio della sua vita. In quel luogo farà anche amicizia con un teschio e ovviamente si imbatterà nella nonna con la quale poi, senza l’aiuto di nessun cacciatore, troverà il modo di uscire da quella incomoda situazione, ma ....non vi diremo come. La creazione di si configura come una specie di viaggio di iniziazione alla vita . Finalmente libera di decidere da sola della sua vita, Maria senza più bisogno che nessuno le dica “attenta a te”come succedeva prima con tutti quelli che la circondavano, vivrà finalmente un’esistenza più consapevole attraverso la vicenda che l’ha vista protagonista. Essendo ancora all’inizio “Nella pancia del lupo” ha ancora la possibilità di vivacizzare meglio con più incisive suggestioni il momento centrale dello spettacolo (nella pancia del lupo), anche con nuove e originali invenzioni scenografiche, ma già si prospetta come uno spettacolo di originale e significativa sostanza, da proporre ai ragazzi e alle ragazze con loro godimento.
VIRGINIA ALLO SPECCHIO/Animalenta
E’ possibile lanciare un ponte tra il cielo e il mare? Potrebbe farlo la fascia di un arcobaleno oppure… la scia di un aeroplano, quello di Jack, il ragazzino che sorvolò l’oceano. Ed è un ponte anche quello che con grande sapienza getta Michelangelo Campanale, regista e questa volta anche attore dello spettacolo: il ponte tra l’antico e il contemporaneo. Questa fiaba, ispirata a Jack e il fagiolo magico, infatti ha il sapore delle storie di avventura che si raccontavano una volta, quelle dove un ragazzino che potrebbe essere qualsiasi giovane lettore, può riconoscersi e trovarsi con una mano sul cuore alla fine del racconto a pensare “Potrei farlo anch’io!” e sentirsi poi un po’ più forte e coraggioso. E ha il contemporaneo: nel ritmo, negli strumenti che usa (la telecamera di un telefonino che illustra tutto il viaggio e ci fa vedere nell’intimo degli oggetti che vediamo in scena), nella capacità di spezzare il registro della narrazione con dei “fuori onda” del tutto inaspettati ma gestiti con grande maestria. Perché nulla è lasciato al caso in questo lavoro. La capacità di accompagnare lo spettatore in ogni fase dello spettacolo presuppone la conoscenza della temperatura emotiva della platea con cui lo spettacolo stesso si fonde trascinando tutti in un volo epico che ha il grande merito di essere liberatorio. La storia è semplice: un paese in tempo di guerra, la gente che scappa in America con le navi strabordanti di persone e un ragazzino ancora al paese che nella sua camera cerca il modo per dare forma al suo sogno: raggiungere anche lui l’America. Non può più partire con la nave infatti perché i soldati hanno occupato il porto e l’unico modo per raggiungere gli altri è farlo in volo. Mette quindi insieme oggetti improbabili per costruire un mezzo che lo porti a raggiungere la terra del sogno; ma tutto quello che costruirà da solo sarà un fallimento. La soluzione Jack la troverà quando chiederà aiuto a tutta la comunità rimasta ancora al paese. Tutti contribuiranno: chi portando un oggetto, chi portandone un altro e grazie all’aiuto di tutti Jack riuscirà a costruire un veivolo capace di portarlo dall’altra parte dell’oceano. La magia è che su quell’improbabile aeroplano per cinquanta minuti ci eravamo tutti. Abbiamo costruito, tentato di volare e come tanti Icaro siamo precipitati sopra improbabili mongolfiere, abbiamo capito che soltanto con l’aiuto di tutti si possono realizzare i sogni perché uniti si è più forti e anche se alla fine vola uno soltanto questo volo porta con sé tutta la comunità. Abbiamo avuto coraggio e abbiamo avuto paura insieme a Jack. Quella paura di fallire che ci racconta però che l’importante è provarci con tutti se stessi. La narrazione è affidata a Maria Pascale che, abbigliata da hostess, conduce tutto l’equipaggio a destinazione. In scena troviamo anche un inedito Michelangelo Campanale che, vestito da pilota d’aereo, amplifica la visione del viaggio con la telecamera di un cellulare che proietta su uno sfondo il magnifico mondo in miniatura costruito da Michelangelo stesso e adagiato su due grandi tavoloni: il paese, il mare, l’America. E poi c’è la torre di controllo dove troviamo Michelangelo Volpe, il tecnico in regia, che in alcuni momenti riporterà l’equipaggio distratto sulla via del racconto. Sono curiosi questi momenti di sospensione, in cui il racconto e quindi il viaggio si blocca per portarci in altri contesti di relazione tra hostess e pilota in cui la prima si ribella ad alcune modalità di animare gli oggetti del secondo. Il regista, quasi come un giocoliere, riesce a gestire e a comprendere quando il pubblico viaggiante ha il tempo per un’evasione che non comporta alcuna perdita di attenzione nei confronti della storia ma anzi, sembra quasi un respiro di cui il pubblico non sapeva di avere bisogno. Il lavoro è curato in ogni suo aspetto: dalle scene alla scelta efficace delle musiche, dai costumi (di cui è dotato tutto il personale del teatro di modo che il viaggio di tutti cominci dal momento in cui si entra in teatro) alla storia, dalle luci alla scrittura. La platea risponde al racconto, si sente parte. Con il nostro protagonista si rattrista ed esulta, ha coraggio e ha paura. Ma in fondo paura di che? Del fallimento? L’importante è che seduti su quelle poltroncine rosse tutti insieme ci abbiamo provato. E alla fine molti di noi potrebbero giurarlo: in America ci siamo arrivati.
Assistendo a “La favola di Peter”, nuova produzione di Principio Attivo con SilviOmbre, si accenna un sorriso rassicurato: sarà la poesia a salvare il mondo! E’ la fiducia nel futuro che increspa le labbra perché alimentata da quello che vede sul palco. E’ una favola senza tempo quella alla quale assistiamo. C’è chi, per parlare alle nuove generazioni va alla ricerca di un linguaggio contemporaneo, di un ritmo vivace per non far calare mai l’attenzione, di una modernità di tecniche e chi invece va semplicemente a scavare nel terreno che è appartenuto, appartiene e apparterrà a tutti nei tempi. Ed è proprio la sospensione del tempo che ci ha colpito in questa storia che parla semplicemente dell’atavica dissonanza tra il cuore e la ragione, tra ciò che sentiamo e ciò che sappiamo. In scena Silvio Gioia, che con il suo sguardo senza età ci porta a qualcosa che gli appartiene profondamente: il rapporto tra il sè di corpo e il sé di ombra. Questo rapporto è qualcosa che fa parte di tutti ma quello che colpisce è la consapevolezza profonda che l’attore ha di questa relazione perché sarà il dono prezioso con cui lo spettatore uscirà da teatro: la percezione fisica di avere un’ombra e l’importanza di capirne il significato e darle ascolto. La narrazione parte dalla gestazione, profondamente suggestiva grazie anche al parallelo racconto musicale ad opera di Alessandro Pipino che sarà davvero prezioso e mai invadente per tutta la durata della storia. Fin da bambino il nostro Peter ha una relazione privilegiata con la sua ombra di cui ricerca costantemente la presenza. Ma come succede spesso nella vita di ognuno di noi arriva il momento in cui ci si perde ricorrendo altri sé che si pensa di essere ma che invece sono soltanto riflessi inconsistenti. Ed è così che il nostro Peter venderà la sua ombra al diavolo per avere in cambio ricchezze e agio aiutato da un cattivo consigliere, un Lucignolo dal cervello sproporzionato che si contrapporrà ad un Grillo parlante dal cappello sgargiante. In alcuni tratti la storia ci ricorda infatti quella di Pinocchio: diventare di carne, accettare sé stessi così come si è, con tutte le luci e le ombre oppure rincorrere soltanto la ricchezza e la razionalità come se questa fosse in grado di portarci la felicità? Peter scoprirà che tutte quelle ricchezze non erano in fondo nulla di quello che lui cercava e la stessa comunità attorno a lui percepirà la stranezza di questo uomo senza ombra che ha rinnegato una parte di sè. La relazione pura con sé stesso, l’unione delle sue parti di luce e ombra invece l’avevano sempre portato nella giusta direzione. Ma come fare adesso per ritrovare la sua ombra? Sarà finalmente ascoltando insieme cuore e cervello che Peter elaborerà una strategia: ritrovare il diavolo, aspettare che lo avvolga il sonno e sfilargli la sua ombra da sotto il letto. Finalmente di nuovo insieme Peter e la sua ombra ritroveranno quell’unità che ricuce l’identità del nostro protagonista. Giuseppe Semeraro che firma anche la regia di questo lavoro, si ispira a “La meravigliosa storia di Peter Schlemihl” di A. von Chamisso per scrivere questa storia necessaria. Ma sono i matrimoni artistici che portano sempre ricchezza ai lavori: in questo caso le ombre di Silvio Gioia e Anusc Castiglioni, hanno portato la narrazione ad un livello di poesia e di sogno che ha costruito il terreno perfetto per far attecchire dentro ogni spettatore una profonda riflessione sull’importanza di rispettarsi nella ricerca della propria identità e della felicità.
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI E ROSSELLA MARCHI DI NOVE SPETTACOLI IN PROGRAMMA
Di foglia in foglia “è stato il titolo che Teresa Ludovico, direttrice artistica dei Teatri di Bari, ha voluto dare alla ventisettesima edizione del Maggio all’Infanzia, riverberando l’idea di come il Teatro possa essere fondamentale per la crescita di ogni essere umano. Il Festival Pugliese è stato organizzato come sempre da Fondazione SAT Spettacolo Arte Territorio e affidato alla cura di Cecilia Cangelli, neo vincitrice del premio Eolo alla figura dell’organizzatore, con la consulenza pedagogica di Giorgio Testa.
Per l’edizione del 2024 due nuovi Comuni si sono aggiunti al progetto: Ruvo di Puglia e Martina Franca che, insieme a Bari, Molfetta e Monopoli, hanno ospitato per tutto il mese di maggio alcune significative produzioni di teatro ragazzi con debutti, repliche mattutine, dedicate alle scolaresche e appuntamenti pomeridiani e serali aperti alle famiglie e al pubblico tutto. Protagoniste anche le arti circensi, all’interno di due chapiteau del Circo Madera e del Circo Paniko.
L’interesse di Eolo, come sempre, si è concentrato sulla vetrina degli spettacoli proposti ai numerosi operatori del settore che dal 15 al 19 maggio tra Bari, Ruvo e Monopoli , giunti appositamente in Puglia per incontrare compagnie esordienti e visionare nuovi spettacoli da programmare nelle prossime stagioni teatrali in tutta Italia: 22 le produzioni presentate di cui 10 debutti nazionali e quattro regionali .
Nei giorni precedenti poi dal 2 al 23 maggio si è tenuto di concerto il MAGGIO ALL’INFANZIA CAMPANIA giunto alla sua nona edizione : in scena gli spettacoli inediti, ideati nel corso di un intero anno scolastico dalle classi coinvolte nel progetto TEATRO SCUOLA VEDERE FARE a Napoli e a Salerno, la rassegna di teatro fatto dalla scuola che ha coinvolto 10 Istituti Scolastici_45 spettacoli_49 classi_112 docenti_900 studenti.
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La redazione di Eolo, non potendo soffermarsi su tutte le numerose creazioni presenti durante l’edizione di quest’anno, ha deciso disoffermarsi, attraverso lo sguardo di Mario Bianchi e Rossella Marchi, su 9 di esse.
QUANDO LE STELLE CADDERO NEL FIUME Teatri di Bari / La Compagnia del Sole,
“Quando le stelle caddero nel fiume”, una coproduzione dei Teatri di Bari con La Compagnia del Sole, partendo da un bel testo di Paolo Comentale, ci immerge nell’epoca fascista, quando il nostro paese era invischiato nell’impresa coloniale della occupazione dell’Etiopia. La creazione di impianto tradizionale, ben condotta in scena da Flavio Albanese e Augusto Masiello, con la regia di Alessandro Maggi e la drammaturgia di Marinella Anaclerio si concentra sull’atroce eccidio compiuto a Debre Libanós ad opera dei fascisti dei cristiani copti nel 1937 e sulla crisi di coscienza di due ufficiali, davanti a tanto scempio .
In un serrato confronto tra un maresciallo marconista ( Flavio Albanese) e il Federale di turno di assoluta fede mussoliniana ( Augusto Masiello) con la presenza muta, ma ben presente di Massimiliano De Corato, si assiste piano piano alla risoluzione di un fitto mistero legato alla sparizione di un tenente italiano. In modo asciutto e tagliente i ragazzi vengono condotti in un lembo di Storia sconosciuto, dove impareranno, loro malgrado, che la guerra ed il male, non è solo appanaggio degli altri, ma che sono stati anche perseguiti dai rappresentanti della nazione dove vivono e che devono impegnarsi perchè, chi li ha voluti, il Fascismo, non debba più ritornare. Se dedicato ai ragazzi, a nostro avviso, lo spettacolo avrebbe bisogno anche di un opportuno e più congruo inquadramento storico e, pur giustamente abituandoli alla Prosa tradizionale, dovrebbe essere attraversato anche da momenti che rompessero, in modo diverso, il continuo rapporto tra i due personaggi principali in gioco.
BALLATA PER KATER I RADES/Factory Compagnia Transadriatica
L'EUROPA NON CADE DAL CIELO/ Teatro delle REVOLUTION/ Meridiani Perduti
Due spettacoli si sono in incastrati tra loro per narrare,anche con la musica, il passare degli anni con le loro trasformazioni : “ L’Europa non cade dal Cielo “ del Teatro delle Albe, e “Revolution “‘di Meridiani perduti .“L’Europa non cade dal cielo” che ha come significativo sottotitolo, “Cronistoria sentimentale di un’idea,di un sogno”’, su testo di Laura Orlandini e la regia di Alessandro Argnani, è il racconto a due voci, colmo di disillusioni, dovuto a due giovanissimi promettenti attori, Massimo Giordani e Camilla Berardi, che, partendo dalle speranze per un loro futuro migliore, ci accompagnano, attraverso immagini e canzoni, in un viaggio che ha come nucleo centrale l’Unione Europea: Partendo ovviamente dalla famosa proposta utopica di alcuni intellettuali, nata a Ventotene, dai primi tentativi di far nascere una struttura operativa di collaborazione tra Stati, dopo la seconda guerra mondiale, fino ad arrivare alla nascita dell’Euro e ai giorni nostri . “La storia che vi stiamo per raccontare vuole essere una dedica a tutte quelle persone che hanno sacrificato la loro vita per un’Europa unità e solidale. Perché solo facendo i conti con quello che siamo stati possiamo capire cosa poter essere o forse sarebbe meglio dire… cosa non essere” Il racconto espresso in modo concitato che ricorda il ritmo incalzante del Rap a forma di rap dei due attori ci racconta certo di tutti i fruttuosi passi per arrivare a quello che l’Europa è, ma nel medesimo tempo lo costellano dei frequenti fallimenti che lo hanno contraddistinto : la guerra fredda e la paura del comunismo, il muro di Berlino, l’emigrazione dei nostri connazionali e la tragedia di Marcinelle, i carrarmati russi in Ungheria e a Praga con la morte di Palach. E poi, sempre accompagnati dalle canzoni che hanno “segnato “ quegli anni, la guerra in Vietnam, le speranze di cambiamento del ‘68, le stragi operati dalla droga e dall'Aids, lo smembramento della Jugoslavia. Ma i due giovani attori terminano il loro racconto citando Greta e la sua volontà di cambiare il mondo e le donne, le ragazze che chiedono di fare rumore contro una violenza silenziosa e nascosta nelle case di tutti. E proprio partendo dai loro coetanei che Massimo e Camilla chiedono al pubblico dei ragazzi di immaginare un’altra società dove non ci siano più guerre, oppressioni degli esseri umani sugli esseri umani e che possano essere distrutte tutte le barriere che impediscano ai loro coetanei di tutto il mondo di studiare e lavorare dove vogliano .
“Revolution “ di Meridiani Perduti di contrappasso vive anch’esso di ricordi, ricordi che appaiono indelebili alla protagonista, interpretata in modo partecipe da Sara Bevilacqua che dalla sua finestra guarda Brindisi, la sua città. I ricordi prendono forma da due date : l’otto dicembre, del 1977 con lo scoppio al Petrolchimico di Brindisi con i suoi tre morti , partito da una fuga di gas nel reparto P2T e l’otto dicembre di tre anni dopo con l’omicidio di John Lennon da parte di uno squilibrato . Da qui la memoria della narratrice corre indietro nel tempo ai favolosi anni 60, gli anni della sua giovinezza, delle sue prime passioni che di pari passo si mescolano con la storia dei Beatles con le sue loro canzoni più celebri che vengono eseguite dal vivo dal bravissimo Daniele Guarini, accompagnato al Pianoforte da Daniele Bove. E così affacciata alla finestra della sua casa Sara osserva la Brindisi degli anni 60 che rivive sul palcoscenico con il brulicare dei suoi rioni, di pari passo con la nascita e l’ espandersi del grande stabilimento per la produzione di materiali plastici e il trasferirsi dai campi a quella fabbrica di uomini e donne. Dalla memoria, mentre il tempo della sua vita trascorre, emergono le figure di Zio Enrico , di zio Tonino, di zia Nina, di nonna Brigida con il suo giradischi che diffondevano le musiche del suo amato gruppo di Liverpool e il suo Roberto, l’amore della sua vita e della sua fatica per conquistarlo. La piccola storia si interseca così con la grande storia, formando un diario umano e nel contempo sociale di commovente spessore che Sara Bevilacqua ci rende in tutta la sua nostalgica essenza.
NELLA PANCIA DEL LUPO/ Kuziba - Bottega degli Apocrifi
“Nella pancia del lupo “di Kuziba, coprodotta con la Bottega degli Apocrifi, ritorna, attraverso una bellissima intuizione, ancora una volta, sulla fiaba più famosa del mondo, quella di Cappuccetto rosso, trasformata con la regia e l'originale drammaturgia di Raffaella Giancipoli in un percorso personale di consapevolezza e di iniziazione alla vita. In principio vediamo una nonna premurosa, forse troppo, una nonna simpatica che si esprime in dialetto che sta preparando un nuovo vestito rosso per la sua nipotina, Maria, che sta crescendo troppo in fretta. Eccola, poi , Maria annunciata da una farfalla narratrice nella sua casa ( Inconfondibile la mano scenografica di Bruno Soriato) alle prese con una madre, anche lei premurosa che le ricorda ogni volta cosa deve o non deve fare. La vediamo anche per mezzo di videoproiezioni (di Maria Cavallo e Maria Cascella) e l' affascinante paesaggio sonoro di Roberto Cupertino, recarsi dalla nonna e incontrare il lupo. Ma questa volta, per quasi tutto il tempo dello spettacolo non vedremo Maria attraversare il bosco per andare dalla nonna o cercare di capire se è lei o non è lei nel letto che di solito la ospitava, ma i bambini che vedranno lo spettacolo, saranno immersi, sì proprio immersi come Maria, nella pancia del lupo che l’ha mangiata . La osserveranno sperduta e angosciata prima in quel luogo oscuro, simile ad una prigione, ma subito la vedranno industriarsi per cercare di uscirne, da sola, finalmente con le sue sole forze, dopo aver fatto una specie di bilancio della sua vita. In quel luogo farà anche amicizia con un teschio e ovviamente si imbatterà nella nonna con la quale poi, senza l’aiuto di nessun cacciatore, troverà il modo di uscire da quella incomoda situazione, ma ....non vi diremo come. La creazione di si configura come una specie di viaggio di iniziazione alla vita . Finalmente libera di decidere da sola della sua vita, Maria senza più bisogno che nessuno le dica “attenta a te”come succedeva prima con tutti quelli che la circondavano, vivrà finalmente un’esistenza più consapevole attraverso la vicenda che l’ha vista protagonista. Essendo ancora all’inizio “Nella pancia del lupo” ha ancora la possibilità di vivacizzare meglio con più incisive suggestioni il momento centrale dello spettacolo (nella pancia del lupo), anche con nuove e originali invenzioni scenografiche, ma già si prospetta come uno spettacolo di originale e significativa sostanza, da proporre ai ragazzi e alle ragazze con loro godimento.
LE TRAGICHECOMICHE,VITA DI EROI / “Crest” “ I Nuovi Scalzi”
Molto intrigante e di grande interesse ci è parso “Le Tragicomiche, vita di Eroi “, produzione che ha visto insieme con efficace azzardo, colmo di molte aspettative due compagnie, la Tarantina “Crest” e la pugliese “ I Nuovi Scalzi” che negli anni precedenti del Festival avevano risvegliato in noi l’amore per la Commedia dell’arte. Nello spettacolo, Lidia Ferrari, Giuseppe Marzio, Abril Milagros Gauna e Savino Maria Italiano, che ne cura la drammaturgia e la regia, sono 4 guitti, rappresentanti di quei teatranti che mettevano in scena le farse fliaciche del V-IV sec a.C., che avevano la capacità e la volontà di rendere farsesche le gesta dei grandi eroi. Questa tipologia di spettacolo ebbe come suo centro nevralgico la città di Taranto, diffondendosi poi in tutta la Magna Grecia. In seguito alla distruzione della città ad opera dei Romani, la farsa fliacica (o Ilarotragedia) è stata dimenticata, rimanendo assorbita nella cultura latina e in particolare in quella di Tito Maccio Plauto. Nello spettacolo, i modi della farsa filiacica, vengono innestati nelle modalità della Commedia dell’arte per raccontare ai ragazzi le gesta degli Eroi giunte a noi soprattutto attraverso i poemi omerici e le tragedie del Teatro greco. Ecco che così in scena ci vengono mostrate le varie modalità con cui emergono gli affetti dei personaggi : l'amore che si consuma nel corso degli anni tra Penelope ed Ulisse, il tragico rapporto tra Agamennone e la figlia Ifigenia da lui sacrificata per il buon andamento della guerra, l’affermarsi del proprio ego ad ogni costo presente nei personaggi di Agamennone e Ulisse, l'amore mistificante del possesso ad ogni costo come quello di Achille nei confronti di Briseide e infine con gusto molto contemporaneo, quello per la libertà e per i diritti sociali dei personaggi femminili come Briseide, considerata preda di guerra e Penelope, intenta per anni e anni a filare una tela, senza altri affetti, in attesa del marito.
Infine nello spettacolo possiamo trovare anche il tenero l’amore fra Patroclo e Achille che era anche presente nel significativo spettacolo di Renata Coluccini, le lacrime di Achille ( con gli stessi riferimenti a “Canzone di Achille” di Madeline Miller, il best seller che si rivolge proprio agli adolescenti) Se all’inizio la chiave comica dello spettacolo che si esprime in una continua ripetizione dai toni farseschi, a nostro parere, prende troppo il sopravvento, nello scorrere delle avventure con l’umanizzazione sempre più forte dei vari personaggi la poesia riesce a irrorare in modo congruo lo spettacolo (tra l’altro ancora alle prime repliche ) facendogli trovare il suo giusto equilibrio nel raccontare storie che da tempo fanno parte del nostro immaginario, acquisendo sul palcoscenico nuova veste adatta al pubblico di riferimento. Lo spettacolo riesce così a esprimere coerentemente come detto il tema dell'amore ( Esilarante in questo ambito il riverbero della scena del balcone del
Cirano di Rostand dove Patroclo aiuta Achille nel dichiarare amore a
Briseide), quello della scoperta di sé degli altri e della propria identità, l'adolescenza come fase di trasformazione , il rispetto della libertà e delle esigenze dell'altro, il bisogno di pace intrinseco in ogni essere umano. VIRGINIA ALLO SPECCHIO/Animalenta
L’ultimo spettacolo del Maggio all’infanzia “ Virginia allo specchio” di Animalenta, ci ha regalato una bella sorpresa, quella di vedere in scena, in modo verosimigliante e ricco di sfumature, l’amatissima scrittrice inglese Virginia Woolf, vista nell’atto di scrivere uno dei suoi romanzi più iconici “Orlando “ , pubblicato nel 1928. “Orando” reso celebre anche per il film di Sally Potter del 1992 con Tilda Swinton, in verità non è un semplice romanzo ma una lunga lettera d’amore per la sua amante di allora, la poetessa Vita Sackville West. Rossana Cannone,che assomiglia davvero alla Woolf, nella bella drammaturgia e regia di Ilaria Cangialosi, si trova davanti davvero “Orlando” in tutte le sue cangianti vesti che perorrono identità e tempo attraverso modi ed essenze sempre diverse (Angela Iurilli). Ecco così che realtà e fantasia si intersecano continuamente tra loro, complice la raffinata scenografia di esemplare semplicità e i costumi di Micaela Colella e le luci di Roberto De Lellis, realtà e fantasia si intersecano continuamente tra loro, restituendoci in modo congruo la tormentata vicenda umana di Virginia ( la relazione con il marito Leonard, il condizionamento sociale, la sua imperterrita ricerca della verità, il dover rispondere per forza ad un ordine prestabilito con la conseguente impossibilità di essere altro da sé).
MARIO BIANCHI
JACK, IL RAGAZZINO CHE SORVOLO’ L’OCEANO – Compagnia la luna nel letto
LA FAVOLA DI PETER – Principio Attivo/SilviOmbre Da “La meravigliosa storia di Peter Schlemihl” di A. von Chamisso
ROSSELLA MARCHI


