
LA SECONDA PARTE DEL REPORT DI EOLO SU SEGNALI 2024
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI,NICOLETTA CARDONE JOHNSON E SAMUEL ZUCCHIATI
ECCOCI QUA NELLA SECONDA PARTE DEL NOSTRO REPORT SU SEGNALI CON LE RECENSIONI DI ALTRI DIECI SPETTACOLI DEL FESTIVAL, CURATE DA MARIO BIANCHI, NICOLETTA CARDONE JOHNSON E SAMUEL ZUCCHIATI
Come abbiamo visto le problematiche ambientali, con le loro urgenze, hanno invaso in diverse modalità, molti degli spettacoli del Fedtival. E in modo curioso, la difesa dell’ambiente, collegata alle doverose scelte che ad un certo punto ognuno di noi uscito dall’adolescenza deve fare, caratterizza anche “ I Giusti .Quella per nulla scontata fatica di diventare grandi sotto gli occhi della gente” concepito su un testo di Lorenzo De Iacovo, messo in scena da 7 giovani attori e attrici (Alessandro Cassutti, Agnese Mercati, Federico Palumeri, Stefano Paradisi, Carola Rubino, Elia Tapognani ) di due compagnie che si sono unite per l’occasione con ammirevole azzardo dati i tempi Crack24 e AMA Factory. Lo spettacolo si dipana con echi che si rifanno a Camus, attraverso una drammaturgia dalle venature surreali con tanto di albero parlante (Stefano Paradisi) che si palesa a torso nudo in scena .
Protagonisti sono un gruppo di giovani con le loro rispettive aspettative riguardo al futuro che vive a Borgofreddo, un paesino di montagna, il cui bellissimo parco dedicato ai caduti delle guerre, è minacciato dall’apertura di un grande supermercato. La storia messa in scena si concentra soprattutto su uno di loro,Tommaso (Federico Palumeri), che, pur spinto dalla sua ragazza, Jessica (Carola Rubino) , a migrare con lei a New York , fa la scelta di opporsi al progetto, salendo su un albero,con l’intento di non più scendere. Ovviamente il Supermercato verrà costruito e con ironia della sorte sarà intitolato a Tommaso che forse andrà in America con la sua Jessica, ma necessariamente perché ciò avvenga dovrà esserci una vittima sacrificale. Lo spettacolo tende ad indagare, attraverso il problema ambientale, diversi temi legati alla possibilità di un futuro migliore per le nuove generazioni, ponendosi delle domande sul significato della parola rivoluzione. Oggi è possibile farla la rivoluzione anche attraverso la violenza come è accaduto nel passato? Cosa siamo disposti a sacrificare di noi perché avvenga il cambiamento delle logiche consumistiche ? Fino a dove possiamo spingerci in un mondo che obbliga le nuove generazioni a fuggire e a rinnegare ciò in cui hanno creduto? Dove noi adulti abbiamo fallito ? Come detto attraverso venature surreali che stemperano la naturale esigenza dello spettacolo di essere in qualche modo didascalico la creazione finisce per essere un’amara analisi della realtà che deve essere posta al pubblico delle nuove generazioni perché possano operare delle scelte coraggiose che noi non abbiamo potuto/ voluto fare .
K(-A-)O FACCINE / DI E CON KENJI SHINOHE / FONDAZIONE SIPARIO TOSCANA
È Molto raro trovare nel teatro per le nuove generazioni il post drammatico con tanto di bottiglietta d’acqua per dissetarsi, coniugato ad una danza nella quale tutto il corpo del performer diventa oggetto significante, veicolo del cambiamento di un mondo tutt’ora in divenire. Il merito di tutto ciò va al coreografo giapponese Kenji Shinohe che in “K(-A-)O” , creazione prodotta da “ La città del teatro di Cascina “, esplora, attraverso il suo corpo in movimento e la sua duttilissima faccia, il mondo digitale degli gli emoji, quei multiformi segni che usiamo per manifestare repentinamente i nostri sentimenti sul cellulare o sul computer.
Vero e proprio cartone umano, che ci ricorda tanto il caro vecchio “Tiramolla “ , Kenji presta il suo viso ad ogni tipo di espressione, muovendolo, piegandolo, tirandolo di qua e di là, perfino accartocciandolo, nell’esprimere tutti gli accenti possibili che l’animo umano può possiede. Ma tutto ciò basta per comunicare in modo completo la sorpresa, la perplessità, il riso o addirittura l’amore ? O questi sentimenti possiedono mille gradazioni che solo le parole possono esprimere e che invece il vecchio caro telefono ci poteva restituire.? Il performer se lo chiede, ce lo chiede, dialogando con la musica attraverso degli appositi cartelli, dove, anche qua le parole sono fondamentali, ce lo chiede attraverso messaggi vocali inespressivi, così brevi e veloci da sembrare pronunciati in giapponese. Lo spettacolo, in modo non didascalico, utilizzando dei meccanismi scenici per molti versi inusuali, di semplice comprensione, che rimandano anche alla tradizione teatrale del paese dell'artista, il Kabuki, portano il pubblico dei ragazzi ( oseremmo dire anche bambini, con l’accortezza però di tradurre i cartelli in italiano )a ragionare sull’importanza e le potenzialità espressive del proprio corpo, sull’uso accorto e responsabile delle immagini e delle parole e del linguaggio . Il tema del linguaggio tra l’altro è opportunamente un tema che quest’anno attraversa molti degli spettacoli presenti ai festival per le nuove generazioni e “ K(-A-)O” lo fa con originalità e accortezza.
I GIUSTI
LULLABY / KOSMOCOMICO TEATRO
E infatti davanti a noi si dipana la storia di Valentino-bambino (ma è davvero mai cresciuto Valentino?) che, con le sue canzoni, ci racconta i sogni e le meraviglie che appaiono spesso ai bambini all’improvviso, sempre inaspettate, colme di Stupore.
La chitarra sul suo trespolo, mentre si susseguono le canzoni, si addobba di semplici piccoli oggetti che ci ricordano, come in un libro illustrato in 3 dimensioni, le canzoni che stiamo sentendo: il battito d’ali di una farfalla, , un pupazzo di neve a Natale, il sole a primavera, un albero, un gufo, un uccello aviatore, la notte stellata… c’è anche Valentino da piccolo! E anche il suo cagnolino Gigliolino.... e una chitarra che diventa un teatrino.
C’è poi una mongolfiera dalla quale cade un pacco: sembra un regalo. Rincorrendola per prendere quanto ha sicuramente perso, Valentino accompagna il pubblico in un viaggio che attraversa le stagioni e le emozioni; mentre la mongolfiera, dal cielo, indica la strada da seguire.
Ogni canzone ci regala un ritmo, un’emozione ed uno stupore diverso: dal blues alla fantasia, dal jazz alla paura, dalla sambaalla risata.
E la mongolfiera? Alla fine è stata raggiunta, ma il pacco non era stato perso: era un regalo per Valentino. Cosa? Ovviamente unaminuscola chitarra.
Uno spettacolo incantevole che delizia il cuore e gli occhi.
SCIOPERO! OVVERO QUELLA VOLTA CHE IL LUPO SMISE DI LAVORARE / SCHEDIA TEATRO
Riccardo Colombini, smessi i panni del pedante cuoco dal comportamento vessatorio in “Rose nell’insalata”, indossa quelli del Lupo Cattivo, ma non solo : vessato (questa volta lui!) da cacciatori e porcellini, con la pancia però sempre vuota - o tuttalpiù piena di sassi – e che in tutte le fiabe, lo sappiamo e lo sanno anche i bambini, fa una pessima fine.
Stanco di questa vita il lupo scende in sciopero; all’inizio con grande gioia di tutti gli abitanti del Regno delle Fiabe, ma in seguito con grande sgomento: che senso hanno le fiabe se, come contraltare alla bontà, non c’è un cattivo da punire? Il Re, supportato dal fedele Ciambellano (a tratti esilarante!) prova in vari modi a convincere il Lupo a tornare al lavoro, ma con scarsi risultati (ed alcune perdite, ahimé!). Non si racconta la conclusione per non perdere la suspance e il divertimento: ci saranno innumerevoli “caduti” sul campo!
Le interessanti musiche di Marco Pagani sottolineano i momenti salienti dello spettacolo; la scenografia essenziale ed efficace di Marco Muzzolon inquadra la scena, dove risaltano i semplici costumi di Ornella Chiodini. Il linguaggio è talvolta un poco “alto”, e con alcuni riferimenti al mondo di oggi, ma ironia e simpatici giochi di parole sono comprensibili anche dai più piccoli.
Bella prova d’attore di Riccardo Colombini che cura la regia con Sara Cicenia. Interpretando via via personaggi diversi, Riccardo ci porta facilmente nello stereotipo del mondo fiabesco ma, contemporaneamente, anche in quello attuale. Il Re distratto, facile ad inciampare in strafalcioni ed incomprensioni, il Ciambellano umile ed intelligente schiacciato dallo strapotere del Sire, il Lupo che nella sua caverna mangia pizze e si diverte con i videogiochi (che forse è un po’ troppo, ma gli spettatori lo ameranno), Barbablù e la Fata che inutilmente tenteranno di dissuaderlo dal continuare nello sciopero: a tutti Riccardo da una voce e un corpo molto credibili ed efficaci.
Uno spettacolo divertente per un pubblico di tutte le età che riesce anche con leggerezza metaforica a parlare ai bambini del male e della sua presenza “ necessaria” nel mondo
TUFFO ALL’INSU’ / I FRATELLI CAPRONI
In scena come accade spesso negli spettacoli della compagnia, due clown, Alessandro Larocca e Andrea Ruperti, un marinaio ed un personaggio non meglio identificato. Il Marinaio, nel silenzio rotto solo dallo sciacquio delle onde, ci accoglie con i suoi impeccabili movimenti mimici che ci rendono reali le scotte, i cannocchiali, le reti, gli spazzoloni, … Ci è subito chiaro che dipende da un Superiore, che dà ordini su quando pescare e su dove mettere il pescato: pescato che misteriosamente non vediamo e che scompare nella stiva, non prima di essere identificato e scritto su un misterioso registro.
Ci troviamo nello spazio fra il Laggiù e il Lassù. Sul registro si fa riferimento a nomi, provenienza, un accenno all’età. Sono le anime dei dispersi in mare che, con lo struggente e lieve sventolio di una bandierina trasparente, confermano la loro di-partita verso il Lassù. Salve finalmente con un tuffo all’insù : anime dis-perse e ritrovate.
Compare ad un certo punto un secondo Personaggio: scomposto nei movimenti quanto il primo è preciso, caciarone quanto il primo è silenzioso, reale quanto il primo è evanescente. E la sua realtà viene dichiarata con la necessità di mangiare, alla quale risponde il Marinaio con la preparazione fantastica (in tutti i sensi!) di un pranzo invisibile, creato ancora una volta con mimica eccezionale.
I due “sono sulla stessa barca” in senso reale e figurato. Barca essenziale, nelle parti che vediamo, e anche in quelle che non sono visibili, ma che lo diventano attraverso i gesti sia del Marinaio e, dopo, del Personaggio al quale vengono dati abiti uguali a quelli del Marinaio che, come nella fiaba “I tre capelli del Diavolo” – ma non con lo stesso intento – passerà il testimone al nuovo venuto; il suo tempo di lavoro è terminato, e potrà finalmente riposare.
Nicola si è trasformato in un orso. Così, di botto! Non c’è una spiegazione e questo ci deve bastare. Probabilmente è sempre stato un orso, solo che prima non lo dava a vedere o magari nessuno lo aveva notato fino ad allora. Sta di fatto che ora è palesemente e inconfondibilmente un orso e ciò sembra inaccettabile per i cittadini della città che si chiama Città. Non è che ci saremmo aspettato altro da queste persone visto che non hanno avuto neanche il tempo di dare un nome al posto dove abitano chiamandolo semplicemente “città”. Certo è un posto dove tutto funziona benissimo e tutto va velocissimo, con prati curati, fontane zampillanti e un albero di mele. Anche Fabio il cassiere è dimostrazione di quanto funziona Città. Infatti a Fabio puoi chiedere uova fresche, una sella per elefante o un gatto di nome Marco e lui te li potrà procurare.
Anche prima di diventare un orso Nicola sembra non fosse una persona molto adatta a Città. Cammina lentamente, ammira il tramonto e vorrebbe addirittura raccogliere le mele dall’albero in piazza come se questo fosse normale. A casa sua sta benissimo e ha tutto quello che li serve: la zuppa di cipolle, le sue piante e un trattato sul punto-e-virgola da leggere sulla poltrona in tranquillità. Sta bene con sé stesso e anche quando si trasforma in un orso questo fatto non cambia e il suo aspetto non lo turba, anzi gli piace essere un plantigrado! I cittadini invece di questo strano posto, incapaci di reagire altrimenti di fronte a questa stranezza, cominciano a comportarsi in modo grottesco ed esilarante piantando cartelli “VIETATO AGLI ORSI” ovunque a Città.
Sul lungo mare anche Eugenio è interessato da una trasformazione non meno importante. Sta per le sue, tesse reti da pesca e si toglie le orecchie, la lingua e le spalle per non sentire il peso delle parole dei maldicenti. A furia di togliersi parti del corpo si trasforma in un ragno. Il ragno Eugenio!
I figli vanno lasciati andare e questo Nicola e Eugenio lo imparano tra le lacrime, come imparano che i figli ti trasformano! Tornati in città non ci stanno più a rimanere chiusi in casa e vogliono andare al supermercato come tutti gli altri. Questo fa uscire allo scoperto anche la giraffa che sta al terzo piano di quel palazzo e l’ippopotamo nascosto in quell’appartamento. Una folle marcia dell’orgoglio rivela un doppio finale ancor più commovente del primo!
Ironia, umorismo e commozione in uno spettacolo giocato con stile da improvvisazione anche se di improvvisato c’è ben poco. Una storia che parla di legami, di cosa sia una famiglia e dell’amore che può far nascere dei bellissimi moscerini. Una storia che non ha bisogno di ulteriori commenti e uno spettacolo che è riuscito a mettere al centro una buona storia rendendo il teatro umile mezzo per farla brillare davanti al pubblico. Una storia che in modo leggero, ma che nel medesimo tempo metaforicamente profondo, parla di diversità
La scena si modella perfettamente ai diversi stili recitativi di Alberto Branca ( che ritorna con nostro grande plauso ancora in scena), Annalisa Arione, Dario de Falco, sorretti dal movimento scenico curato da Annalisa Cima con le musiche di Enrico Messina e non necessita di altro che i corpi degli attori e dell’attrice per creare tutta l’emozione che ci ha avvolto. Nessun oggetto, pochi e semplici cambi luce e la musica che accompagna senza mai andare in primo piano. Quello è il posto di una storia che spero di leggere in un bel libro con tanto di illustrazioni. Forse Topipittori, ospite di Visioni 2024, è passata dalla platea e ha già adocchiato l’occasione.
TI VEDO. LA LEGGENDA DEL BASILISCO / EMANUELA DALL'AGLIO / TEATRO DEL BURATTO / CSS TEATRO STABILE DEL FVG
Emanuela Dall’Aglio è costumista, scenografa, regista e attrice e questa sua ecletticità le permette di coordinare una squadra di talenti per la messa in scena di un mito che ha assunto molte forme nel corso dei secoli, non da ultimo sullo schermo nella saga di magia e stregoneria ambientata a Hogwarts.
È l’abito-storia a far da padrone nella scena e da esso spunta una strega, dove dimora il mostro e sulle sue stoffe brulica anche la vita di un villaggio pieno di bambini chiassosi.
Andiamo però con ordine. Prima di tutto come è accaduto in altri spettacoli di Emanuela vi è l’introduzione della professoressa-dottoressa Gallinacicova della RRFO (Recupero Reperti Fiabe Originali) che spiega come il Basilisco possa nascere da un uovo deposto da un gallo e covato da un rospo per nove anni in un nido di peli di lupo. La statua che mostra di Pallino, il chihuahua del suo assistente, è la dimostrazione di quanto sia pericoloso lo sguardo del mostro e di come possa lasciare di sasso. Sembra non ci sia rimedio alla pietrificazione se non entrare nella leggenda.
La simpatica introduzione ha la capacità di scaldare il pubblico e di prepararlo all’arrivo di una strega dall’accento straniero il cui corpo è coperto da un enorme abito. Sarà lei ad avviare il processo per far nascere il mostro dopo un divertente screzio che ha con il suo gallo disturbatore. Il problema è che creando un mostro capace di pietrificare le persone che ti stanno antipatiche c’è bisogno di procurarsi preventivamente un antidoto onde evitare di ritrovarsi in una situazione "pietrosa". La pagina del grimorio su cui si trova l’antidoto non c’è e la strega decide di schiacciare un pisolino lungo nove anni per scappare dal pericolo imminente. Il mostro nasce e va ad abitare nel pozzo di un villaggio, pietrificando i suoi avventori fino a quando stringerà amicizia con un bambino, Siro. Questa amicizia è giocosa e tenera ed è per questo che il mostro piangerà copiosamente (esilarante il mostro che piange letteralmente come una fontana) quando pietrificherà con uno sguardo il suo nuovo amico. Per fortuna il fiore che nasce dalle lacrime di basilisco è l’antidoto alla sua stessa pietrificazione. Il lieto fine arriva con un patto tra la strega e il suo mostro: se lei guarirà il bambino e gli abitanti del villaggio, il mostro andrà con lei diventando il suo scendiletto.
Siamo alle prime repliche dello spettacolo e i processi drammaturgici devono ancora essere messi a fuoco in modo più lineare con una maggiore precisione anche nell’utilizzo delle varie figure, ma già lo spettacolo si fa ammirare per un lavoro di progettazione, costruzione e ricerca di materiali lodevole che ha nella grande gonna davvero un “pozzo” delle meraviglie. Questo è il bello dei debutti, da qui in poi ogni replica siamo sicuri che perfezionerà la messa in scena e la base di partenza a cui abbiamo assistito è già di grande valore sia per il risultato sul palco che per la squadra che l’ha prodotto. In scena Riccardo Paltenghi collabora degnamente nelle varie trasformazioni con Emanuela Dall'Aglio
che vivono anche per mezzo dei paesaggi sonori e delle luci di Mirto Baliani.
LUMACHE / TEATRO CITTA' MURATA
Ho visto lo spettacolo in compagnia di Samuele, spettatore di 7 anni. Eravamo in prima fila seduti sul tappetone. Marco Continanza, dopo tanti anni, è tornato al suo Teatro Città Murata, che ha ereditato insieme a Stefano Andreoli, riuscendo ancora a stuzzicare lo spettatore, a intrattenerlo e a farlo sognare, sorridendo. Il movimento e il gesticolare dell’attore sono danza e le parole sono la sua musica. Lui lo sa e sa sfruttare questa sua bravura. Noi lo vediamo e ne godiamo, sempre assieme a Samuele, tutta la profonda, leggera sostanza. Il testo, scritto da Andreoli, sapientemente alterna la storia di Luca, detto “La lumaca”, e di Sofia, che una lumaca lo è veramente, ma che preferisce vivere velocemente. Entrambi scopriranno che la lentezza ha i suoi aspetti positivi e dà la possibilità di ascoltare il cantare del calicanto, come anche quella di raggiungere obiettivi coi giusti tempi e sacrifici. Tutto questo in un mondo, soprattutto quello legato alle nuove generazioni, che va troppo in fretta. Le immagini, che vengono via via create, attraverso la voce del narratore, riescono a entrare e a depositarsi in platea.
I protagonisti di "Lumache", come i bambini e le bambine che ascoltano questa storia, hanno la loro sfida da affrontare per raggiungere la consapevolezza e la crescita necessaria per diventare grandi. Un po’ come accade a Marco che, alla fine, riesce ad acchiappare una mosca con le bacchette cinesi e nel medesimo tempo a conquistare con la sua simpatia e l’estro da narratore il suo pubblico.
LE RECENSIONI DI MARIO BIANCHI,NICOLETTA CARDONE JOHNSON E SAMUEL ZUCCHIATI
ECCOCI QUA NELLA SECONDA PARTE DEL NOSTRO REPORT SU SEGNALI CON LE RECENSIONI DI ALTRI DIECI SPETTACOLI DEL FESTIVAL, CURATE DA MARIO BIANCHI, NICOLETTA CARDONE JOHNSON E SAMUEL ZUCCHIATI
DUE GLI SPETTACOLI PRESENTATI CHE ENTRANO IN MODI ORIGINALI DI PROFONDA SOSTANZA, DIVERSISSIMI TRA LORO SULL' ADOLESCENZA : "MAGNIFICO" DI DAVIDE MARRANCHELLI E "I GIUSTI" DI CRACK 24 E AMA FACTORY.
MAGNIFICO DI DAVIDE MARRANCHELLI / MUMBLE TEATRO
Guardando dal vivo un’opera come il David di Michelangelo ci siamo sentiti sempre davvero minuscoli davanti a tanta potenza, a tanta perfezione. Ci siamo inoltre sentiti sempre proiettare in un’atmosfera, in un’epoca tanto diversa dalla nostra dove la bellezza, la corretta misura di ogni cosa erano utilizzate come sistema per interpretare il mondo. Ma il suo autore, quella pietra con cui fu costruita tale magnificenza erano davvero così perfetti, così pieni di misura ? Davide Marranchelli, con la collaborazione di Stefano Andreoli, partendo da queste considerazioni, da queste domande nel suo spettacolo “Magnifico “ intende trasportarci da quell'epoca direttamente ai giorni nostri per indagare sull’essere umano in divenire, sulle sue titubanze, le sue splendide imperfezioni, sugli sbagli che costellano la sua vita, ma che spesso lo portano e lo hanno portato a risultati inaspettati, rendendole financo necessarie. Nel contempo il racconto, anche imbevuto spesso di feconda ironia, ci sprona ad approfondire la figura dell’artista tout court, sempre immerso nella sua profonda solitudine creativa, posta nella sua inesausta voglia di voler continuare pervicacemente la sua missione così poco considerata in un mondo attratto solo dal denaro, in un mondo dove non è concesso sbagliare, nel quale fin da piccoli siamo spronati al successo e ad ogni costo. E così scopriremo che tutto ciò è insito perfettamente nella figura di Michelangelo e in quella pietra da cui è stato forgiato il David, il suo capolavoro più celebre. Marranchelli ci racconta la vita del Buonarroti ponendola nel contesto dei suoi tempi ma non facendone un bigino, sottolineando invece i frequenti aspetti critici presenti nel suo percorso umano e artístico, forieri anche in molti casi di successi inaspettati. Ecco dunque il suo rapporto difficoltoso con il padre molto scettico ( del resto come accade anche oggi) per il suo futuro di artista, i suoi incerti passi di pittore nella bottega del Ghirlandaio e poi il duro apprendistato come scultore con Mastro Bertoldo, allievo di Donatello nel giardino dei Medici, il suo aspetto non certo attraente dovuto anche a un pugno del collega Piero Torreggiani che gli spaccò il naso, le prime opere ancora grezze che però fecero colpo su Lorenzo il Magnifico aprendogli la strada del successo, l'arrivo spettrale del Savonarola. E di tanto in tanto, come specchio perfetto del suo autore, entra prepotentemente in scena quella pietra “ rovinata, qui nel cortile dell’opera del Duomo di Firenze... troppo alta, troppo stretta, troppo fragile, troppe crepe” che in barba a se stessa e al suo autore, così imperfetti, diventó opera meravigliosa, vincendo tutti gli illustri contendenti, niente meno che il David. Poi nello spettacolo ad un tratto appare un angelo, una specie di contraltare del nostro autore (che non a caso si chiama Davide ), con tanto di ali, che ha la capacità con il suo talento surreale di cercare di traportare la narrazione di Marranchelli e lui con il suo teatro nel contemporaneo, interloquendo direttamente con lui domandandogli “ Caro Marranchelli, da cosa nasce il movimento? La vita? Dalla passione, non dall’affermazione! Passione dal latino patire, soffrire, ancora, la sofferenza ci vuole... Compiuti, non lo saremo mai, la macchina, la fidanzata, l’opera capolavoro, non ci completeranno perché non è il nostro compito essere completi” Anche perchè aggiungiamo noi che proprio un'opera di Michelangelo non finita (?) “ La pietà Rondanini” a Milano è sempre stata di gran lunga la nostra preferita del Buonaroti, così asciutta, misteriosa, così moderna che appare scolpita da Arturo Martini. Uno spettacolo “ Magnifico” che tra riso e pianto, raccontando di Michelangelo, ci parla di noi, ma soprattutto di chi è alle soglie della vita adulta, incitandolo a ribellarsi, a chi vuole le nuove generazioni : immortali, splendide, magnifiche, perfette. Sbagliate pure, ci dice Michelangelo perchè attraverso gli errori si diventa grandi e maturi, andate avanti senza per forza cercare il successo ad ogni costo, fate le cose che sapete fare con passione. E infine se vi avventurerete nel campo dell'arte, seguite il vostro istinto anche contro chi vi dice che siete pazzi, avendo però la consapevolezza che è una strada difficilissima, in cui sarete sempre soli contro un mondo spesso respingente, che lotterà spesso contro di voi, ma voi fregatevene, se avete la stoffa di creare sogni reali, alla fine vincerete.
I GIUSTI O ANCHE QUELLA PER NULLA SCONTATA FATICA DI DIVENTARE GRANDI SOTTO GLI OCCHI DELLA GENTE / CRACK 24 E AMA FACTORY
Come abbiamo visto le problematiche ambientali, con le loro urgenze, hanno invaso in diverse modalità, molti degli spettacoli del Fedtival. E in modo curioso, la difesa dell’ambiente, collegata alle doverose scelte che ad un certo punto ognuno di noi uscito dall’adolescenza deve fare, caratterizza anche “ I Giusti .Quella per nulla scontata fatica di diventare grandi sotto gli occhi della gente” concepito su un testo di Lorenzo De Iacovo, messo in scena da 7 giovani attori e attrici (Alessandro Cassutti, Agnese Mercati, Federico Palumeri, Stefano Paradisi, Carola Rubino, Elia Tapognani ) di due compagnie che si sono unite per l’occasione con ammirevole azzardo dati i tempi Crack24 e AMA Factory. Lo spettacolo si dipana con echi che si rifanno a Camus, attraverso una drammaturgia dalle venature surreali con tanto di albero parlante (Stefano Paradisi) che si palesa a torso nudo in scena .
Protagonisti sono un gruppo di giovani con le loro rispettive aspettative riguardo al futuro che vive a Borgofreddo, un paesino di montagna, il cui bellissimo parco dedicato ai caduti delle guerre, è minacciato dall’apertura di un grande supermercato. La storia messa in scena si concentra soprattutto su uno di loro,Tommaso (Federico Palumeri), che, pur spinto dalla sua ragazza, Jessica (Carola Rubino) , a migrare con lei a New York , fa la scelta di opporsi al progetto, salendo su un albero,con l’intento di non più scendere. Ovviamente il Supermercato verrà costruito e con ironia della sorte sarà intitolato a Tommaso che forse andrà in America con la sua Jessica, ma necessariamente perché ciò avvenga dovrà esserci una vittima sacrificale. Lo spettacolo tende ad indagare, attraverso il problema ambientale, diversi temi legati alla possibilità di un futuro migliore per le nuove generazioni, ponendosi delle domande sul significato della parola rivoluzione. Oggi è possibile farla la rivoluzione anche attraverso la violenza come è accaduto nel passato? Cosa siamo disposti a sacrificare di noi perché avvenga il cambiamento delle logiche consumistiche ? Fino a dove possiamo spingerci in un mondo che obbliga le nuove generazioni a fuggire e a rinnegare ciò in cui hanno creduto? Dove noi adulti abbiamo fallito ? Come detto attraverso venature surreali che stemperano la naturale esigenza dello spettacolo di essere in qualche modo didascalico la creazione finisce per essere un’amara analisi della realtà che deve essere posta al pubblico delle nuove generazioni perché possano operare delle scelte coraggiose che noi non abbiamo potuto/ voluto fare .
K(-A-)O FACCINE / DI E CON KENJI SHINOHE / FONDAZIONE SIPARIO TOSCANA
È Molto raro trovare nel teatro per le nuove generazioni il post drammatico con tanto di bottiglietta d’acqua per dissetarsi, coniugato ad una danza nella quale tutto il corpo del performer diventa oggetto significante, veicolo del cambiamento di un mondo tutt’ora in divenire. Il merito di tutto ciò va al coreografo giapponese Kenji Shinohe che in “K(-A-)O” , creazione prodotta da “ La città del teatro di Cascina “, esplora, attraverso il suo corpo in movimento e la sua duttilissima faccia, il mondo digitale degli gli emoji, quei multiformi segni che usiamo per manifestare repentinamente i nostri sentimenti sul cellulare o sul computer.
Vero e proprio cartone umano, che ci ricorda tanto il caro vecchio “Tiramolla “ , Kenji presta il suo viso ad ogni tipo di espressione, muovendolo, piegandolo, tirandolo di qua e di là, perfino accartocciandolo, nell’esprimere tutti gli accenti possibili che l’animo umano può possiede. Ma tutto ciò basta per comunicare in modo completo la sorpresa, la perplessità, il riso o addirittura l’amore ? O questi sentimenti possiedono mille gradazioni che solo le parole possono esprimere e che invece il vecchio caro telefono ci poteva restituire.? Il performer se lo chiede, ce lo chiede, dialogando con la musica attraverso degli appositi cartelli, dove, anche qua le parole sono fondamentali, ce lo chiede attraverso messaggi vocali inespressivi, così brevi e veloci da sembrare pronunciati in giapponese. Lo spettacolo, in modo non didascalico, utilizzando dei meccanismi scenici per molti versi inusuali, di semplice comprensione, che rimandano anche alla tradizione teatrale del paese dell'artista, il Kabuki, portano il pubblico dei ragazzi ( oseremmo dire anche bambini, con l’accortezza però di tradurre i cartelli in italiano )a ragionare sull’importanza e le potenzialità espressive del proprio corpo, sull’uso accorto e responsabile delle immagini e delle parole e del linguaggio . Il tema del linguaggio tra l’altro è opportunamente un tema che quest’anno attraversa molti degli spettacoli presenti ai festival per le nuove generazioni e “ K(-A-)O” lo fa con originalità e accortezza.
MARIO BIANCHI
I GIUSTI
LULLABY / KOSMOCOMICO TEATRO
Lullaby. Ninna nanna. Ninnare. Coccolare. Cantare. Semplici canzoncine per sognare!
Come semplice nella sua studiata immediatezza è l’allestimento dello spettacolo di Valentino Dragano che percepiamo nella penombra: un’asta porta microfono, la custodia di una valigia, una chitarra pronta per essere suonata, attaccata ad un - come chiamarlo? - trespolo-reggi-chitarra? (E già questo dovrebbe farci intuire che il Nostro ne proporrà una delle sue). E infatti davanti a noi si dipana la storia di Valentino-bambino (ma è davvero mai cresciuto Valentino?) che, con le sue canzoni, ci racconta i sogni e le meraviglie che appaiono spesso ai bambini all’improvviso, sempre inaspettate, colme di Stupore.
La chitarra sul suo trespolo, mentre si susseguono le canzoni, si addobba di semplici piccoli oggetti che ci ricordano, come in un libro illustrato in 3 dimensioni, le canzoni che stiamo sentendo: il battito d’ali di una farfalla, , un pupazzo di neve a Natale, il sole a primavera, un albero, un gufo, un uccello aviatore, la notte stellata… c’è anche Valentino da piccolo! E anche il suo cagnolino Gigliolino.... e una chitarra che diventa un teatrino.
C’è poi una mongolfiera dalla quale cade un pacco: sembra un regalo. Rincorrendola per prendere quanto ha sicuramente perso, Valentino accompagna il pubblico in un viaggio che attraversa le stagioni e le emozioni; mentre la mongolfiera, dal cielo, indica la strada da seguire.
Ogni canzone ci regala un ritmo, un’emozione ed uno stupore diverso: dal blues alla fantasia, dal jazz alla paura, dalla sambaalla risata.
E la mongolfiera? Alla fine è stata raggiunta, ma il pacco non era stato perso: era un regalo per Valentino. Cosa? Ovviamente unaminuscola chitarra.
Uno spettacolo incantevole che delizia il cuore e gli occhi.
SCIOPERO! OVVERO QUELLA VOLTA CHE IL LUPO SMISE DI LAVORARE / SCHEDIA TEATRO
Riccardo Colombini, smessi i panni del pedante cuoco dal comportamento vessatorio in “Rose nell’insalata”, indossa quelli del Lupo Cattivo, ma non solo : vessato (questa volta lui!) da cacciatori e porcellini, con la pancia però sempre vuota - o tuttalpiù piena di sassi – e che in tutte le fiabe, lo sappiamo e lo sanno anche i bambini, fa una pessima fine.
Stanco di questa vita il lupo scende in sciopero; all’inizio con grande gioia di tutti gli abitanti del Regno delle Fiabe, ma in seguito con grande sgomento: che senso hanno le fiabe se, come contraltare alla bontà, non c’è un cattivo da punire? Il Re, supportato dal fedele Ciambellano (a tratti esilarante!) prova in vari modi a convincere il Lupo a tornare al lavoro, ma con scarsi risultati (ed alcune perdite, ahimé!). Non si racconta la conclusione per non perdere la suspance e il divertimento: ci saranno innumerevoli “caduti” sul campo!
Le interessanti musiche di Marco Pagani sottolineano i momenti salienti dello spettacolo; la scenografia essenziale ed efficace di Marco Muzzolon inquadra la scena, dove risaltano i semplici costumi di Ornella Chiodini. Il linguaggio è talvolta un poco “alto”, e con alcuni riferimenti al mondo di oggi, ma ironia e simpatici giochi di parole sono comprensibili anche dai più piccoli.
Bella prova d’attore di Riccardo Colombini che cura la regia con Sara Cicenia. Interpretando via via personaggi diversi, Riccardo ci porta facilmente nello stereotipo del mondo fiabesco ma, contemporaneamente, anche in quello attuale. Il Re distratto, facile ad inciampare in strafalcioni ed incomprensioni, il Ciambellano umile ed intelligente schiacciato dallo strapotere del Sire, il Lupo che nella sua caverna mangia pizze e si diverte con i videogiochi (che forse è un po’ troppo, ma gli spettatori lo ameranno), Barbablù e la Fata che inutilmente tenteranno di dissuaderlo dal continuare nello sciopero: a tutti Riccardo da una voce e un corpo molto credibili ed efficaci.
Uno spettacolo divertente per un pubblico di tutte le età che riesce anche con leggerezza metaforica a parlare ai bambini del male e della sua presenza “ necessaria” nel mondo
TUFFO ALL’INSU’ / I FRATELLI CAPRONI
In scena come accade spesso negli spettacoli della compagnia, due clown, Alessandro Larocca e Andrea Ruperti, un marinaio ed un personaggio non meglio identificato. Il Marinaio, nel silenzio rotto solo dallo sciacquio delle onde, ci accoglie con i suoi impeccabili movimenti mimici che ci rendono reali le scotte, i cannocchiali, le reti, gli spazzoloni, … Ci è subito chiaro che dipende da un Superiore, che dà ordini su quando pescare e su dove mettere il pescato: pescato che misteriosamente non vediamo e che scompare nella stiva, non prima di essere identificato e scritto su un misterioso registro.
Ci troviamo nello spazio fra il Laggiù e il Lassù. Sul registro si fa riferimento a nomi, provenienza, un accenno all’età. Sono le anime dei dispersi in mare che, con lo struggente e lieve sventolio di una bandierina trasparente, confermano la loro di-partita verso il Lassù. Salve finalmente con un tuffo all’insù : anime dis-perse e ritrovate.
Compare ad un certo punto un secondo Personaggio: scomposto nei movimenti quanto il primo è preciso, caciarone quanto il primo è silenzioso, reale quanto il primo è evanescente. E la sua realtà viene dichiarata con la necessità di mangiare, alla quale risponde il Marinaio con la preparazione fantastica (in tutti i sensi!) di un pranzo invisibile, creato ancora una volta con mimica eccezionale.
I due “sono sulla stessa barca” in senso reale e figurato. Barca essenziale, nelle parti che vediamo, e anche in quelle che non sono visibili, ma che lo diventano attraverso i gesti sia del Marinaio e, dopo, del Personaggio al quale vengono dati abiti uguali a quelli del Marinaio che, come nella fiaba “I tre capelli del Diavolo” – ma non con lo stesso intento – passerà il testimone al nuovo venuto; il suo tempo di lavoro è terminato, e potrà finalmente riposare.
Nel finale il Personaggio chiede al Marinaio, “Ma perché non hai parlato fino ad ora?” e questi risponde “Non ce n’era bisogno”. E’ vero. I gesti valgono più delle parole se ad esprimerle sono I fratelli Caproni. Uno spettacolo, scritto da Andrea Lietti, dove il divertimento media la riflessione, e il silenzio racconta più di quanto possano dire le parole. Da non perdere.
NICOLETTA CARDONE JOHNSON
LE ROCAMBOLESCHE AVVENTURE DELL’ORSO NICOLA, DEL RAGNETTO EUGENIO E DEL MOSCERINO CHE VOLEVA VEDERE IL MONDO E CHE RESE TUTTI FELICI / COMPAGNIA ARIONE DE FALCO / con il sostegno di Catalyst
Nicola si è trasformato in un orso. Così, di botto! Non c’è una spiegazione e questo ci deve bastare. Probabilmente è sempre stato un orso, solo che prima non lo dava a vedere o magari nessuno lo aveva notato fino ad allora. Sta di fatto che ora è palesemente e inconfondibilmente un orso e ciò sembra inaccettabile per i cittadini della città che si chiama Città. Non è che ci saremmo aspettato altro da queste persone visto che non hanno avuto neanche il tempo di dare un nome al posto dove abitano chiamandolo semplicemente “città”. Certo è un posto dove tutto funziona benissimo e tutto va velocissimo, con prati curati, fontane zampillanti e un albero di mele. Anche Fabio il cassiere è dimostrazione di quanto funziona Città. Infatti a Fabio puoi chiedere uova fresche, una sella per elefante o un gatto di nome Marco e lui te li potrà procurare.
Anche prima di diventare un orso Nicola sembra non fosse una persona molto adatta a Città. Cammina lentamente, ammira il tramonto e vorrebbe addirittura raccogliere le mele dall’albero in piazza come se questo fosse normale. A casa sua sta benissimo e ha tutto quello che li serve: la zuppa di cipolle, le sue piante e un trattato sul punto-e-virgola da leggere sulla poltrona in tranquillità. Sta bene con sé stesso e anche quando si trasforma in un orso questo fatto non cambia e il suo aspetto non lo turba, anzi gli piace essere un plantigrado! I cittadini invece di questo strano posto, incapaci di reagire altrimenti di fronte a questa stranezza, cominciano a comportarsi in modo grottesco ed esilarante piantando cartelli “VIETATO AGLI ORSI” ovunque a Città.
Sul lungo mare anche Eugenio è interessato da una trasformazione non meno importante. Sta per le sue, tesse reti da pesca e si toglie le orecchie, la lingua e le spalle per non sentire il peso delle parole dei maldicenti. A furia di togliersi parti del corpo si trasforma in un ragno. Il ragno Eugenio!
Va da sé che Eugenio e Nicola troveranno il modo di incontrarsi e cominceranno a convivere, a far ricette e a passare il capodanno assieme. Non possono uscire, perché i cittadini di Città trovano inconcepibile che un orso e un ragno possano convivere, ma a loro va bene così. Stanno bene chiusi nella loro casa.
Pensereste che siano finite le sorprese, ma è qui che salta fuori un moscherino nato da un’albicocca posta al centro di una crostata che stava sopra il tavolo. Non è tutto. Agli occhi del neonato moscerino il ragno Eugenio e l’orso Nicola sono due bellissimi papà. Così nasce la loro famiglia. Dall’amore che permette di fare una crostata all’albicocca da cui poi esce un bellissimo moscerino.
Se però un ragno e un orso che abitano insieme sono inaccettabili, potete immaginare quanto sia inaccettabile che un orso e un ragno crescano un moscerino! I signori Spezzatino, vicini di casa di questa inusuale famiglia, non credono che il piccolo moscerino sia al sicuro con un orso e un ragno. Non resta che andarsene. D'altronde moscerino vuole vedere il mondo e i suoi papà sanno che potrà vivere solo per poco tempo (le drosofile hanno vita breve!). Visitano il mare, il bosco, le montagne e mentre loro viaggiano gli abitanti di Città si trasformano in un enorme mostro con cento teste, bocche, braccia e occhi giudicanti. Il mostro-del-giudizio troverà la famiglia sulla cima della montagna mentre guardano le stelle e sarà proprio il moscerino, anzi la sua luce una volta che si sarà trasformato nella costellazione della drosofila, a fermarlo.I figli vanno lasciati andare e questo Nicola e Eugenio lo imparano tra le lacrime, come imparano che i figli ti trasformano! Tornati in città non ci stanno più a rimanere chiusi in casa e vogliono andare al supermercato come tutti gli altri. Questo fa uscire allo scoperto anche la giraffa che sta al terzo piano di quel palazzo e l’ippopotamo nascosto in quell’appartamento. Una folle marcia dell’orgoglio rivela un doppio finale ancor più commovente del primo!
Ironia, umorismo e commozione in uno spettacolo giocato con stile da improvvisazione anche se di improvvisato c’è ben poco. Una storia che parla di legami, di cosa sia una famiglia e dell’amore che può far nascere dei bellissimi moscerini. Una storia che non ha bisogno di ulteriori commenti e uno spettacolo che è riuscito a mettere al centro una buona storia rendendo il teatro umile mezzo per farla brillare davanti al pubblico. Una storia che in modo leggero, ma che nel medesimo tempo metaforicamente profondo, parla di diversità
La scena si modella perfettamente ai diversi stili recitativi di Alberto Branca ( che ritorna con nostro grande plauso ancora in scena), Annalisa Arione, Dario de Falco, sorretti dal movimento scenico curato da Annalisa Cima con le musiche di Enrico Messina e non necessita di altro che i corpi degli attori e dell’attrice per creare tutta l’emozione che ci ha avvolto. Nessun oggetto, pochi e semplici cambi luce e la musica che accompagna senza mai andare in primo piano. Quello è il posto di una storia che spero di leggere in un bel libro con tanto di illustrazioni. Forse Topipittori, ospite di Visioni 2024, è passata dalla platea e ha già adocchiato l’occasione.
TI VEDO. LA LEGGENDA DEL BASILISCO / EMANUELA DALL'AGLIO / TEATRO DEL BURATTO / CSS TEATRO STABILE DEL FVG
Emanuela Dall’Aglio è costumista, scenografa, regista e attrice e questa sua ecletticità le permette di coordinare una squadra di talenti per la messa in scena di un mito che ha assunto molte forme nel corso dei secoli, non da ultimo sullo schermo nella saga di magia e stregoneria ambientata a Hogwarts.
È l’abito-storia a far da padrone nella scena e da esso spunta una strega, dove dimora il mostro e sulle sue stoffe brulica anche la vita di un villaggio pieno di bambini chiassosi.
Andiamo però con ordine. Prima di tutto come è accaduto in altri spettacoli di Emanuela vi è l’introduzione della professoressa-dottoressa Gallinacicova della RRFO (Recupero Reperti Fiabe Originali) che spiega come il Basilisco possa nascere da un uovo deposto da un gallo e covato da un rospo per nove anni in un nido di peli di lupo. La statua che mostra di Pallino, il chihuahua del suo assistente, è la dimostrazione di quanto sia pericoloso lo sguardo del mostro e di come possa lasciare di sasso. Sembra non ci sia rimedio alla pietrificazione se non entrare nella leggenda.
La simpatica introduzione ha la capacità di scaldare il pubblico e di prepararlo all’arrivo di una strega dall’accento straniero il cui corpo è coperto da un enorme abito. Sarà lei ad avviare il processo per far nascere il mostro dopo un divertente screzio che ha con il suo gallo disturbatore. Il problema è che creando un mostro capace di pietrificare le persone che ti stanno antipatiche c’è bisogno di procurarsi preventivamente un antidoto onde evitare di ritrovarsi in una situazione "pietrosa". La pagina del grimorio su cui si trova l’antidoto non c’è e la strega decide di schiacciare un pisolino lungo nove anni per scappare dal pericolo imminente. Il mostro nasce e va ad abitare nel pozzo di un villaggio, pietrificando i suoi avventori fino a quando stringerà amicizia con un bambino, Siro. Questa amicizia è giocosa e tenera ed è per questo che il mostro piangerà copiosamente (esilarante il mostro che piange letteralmente come una fontana) quando pietrificherà con uno sguardo il suo nuovo amico. Per fortuna il fiore che nasce dalle lacrime di basilisco è l’antidoto alla sua stessa pietrificazione. Il lieto fine arriva con un patto tra la strega e il suo mostro: se lei guarirà il bambino e gli abitanti del villaggio, il mostro andrà con lei diventando il suo scendiletto.
Siamo alle prime repliche dello spettacolo e i processi drammaturgici devono ancora essere messi a fuoco in modo più lineare con una maggiore precisione anche nell’utilizzo delle varie figure, ma già lo spettacolo si fa ammirare per un lavoro di progettazione, costruzione e ricerca di materiali lodevole che ha nella grande gonna davvero un “pozzo” delle meraviglie. Questo è il bello dei debutti, da qui in poi ogni replica siamo sicuri che perfezionerà la messa in scena e la base di partenza a cui abbiamo assistito è già di grande valore sia per il risultato sul palco che per la squadra che l’ha prodotto. In scena Riccardo Paltenghi collabora degnamente nelle varie trasformazioni con Emanuela Dall'Aglio
che vivono anche per mezzo dei paesaggi sonori e delle luci di Mirto Baliani.
LUMACHE / TEATRO CITTA' MURATA
Ho visto lo spettacolo in compagnia di Samuele, spettatore di 7 anni. Eravamo in prima fila seduti sul tappetone. Marco Continanza, dopo tanti anni, è tornato al suo Teatro Città Murata, che ha ereditato insieme a Stefano Andreoli, riuscendo ancora a stuzzicare lo spettatore, a intrattenerlo e a farlo sognare, sorridendo. Il movimento e il gesticolare dell’attore sono danza e le parole sono la sua musica. Lui lo sa e sa sfruttare questa sua bravura. Noi lo vediamo e ne godiamo, sempre assieme a Samuele, tutta la profonda, leggera sostanza. Il testo, scritto da Andreoli, sapientemente alterna la storia di Luca, detto “La lumaca”, e di Sofia, che una lumaca lo è veramente, ma che preferisce vivere velocemente. Entrambi scopriranno che la lentezza ha i suoi aspetti positivi e dà la possibilità di ascoltare il cantare del calicanto, come anche quella di raggiungere obiettivi coi giusti tempi e sacrifici. Tutto questo in un mondo, soprattutto quello legato alle nuove generazioni, che va troppo in fretta. Le immagini, che vengono via via create, attraverso la voce del narratore, riescono a entrare e a depositarsi in platea.
I protagonisti di "Lumache", come i bambini e le bambine che ascoltano questa storia, hanno la loro sfida da affrontare per raggiungere la consapevolezza e la crescita necessaria per diventare grandi. Un po’ come accade a Marco che, alla fine, riesce ad acchiappare una mosca con le bacchette cinesi e nel medesimo tempo a conquistare con la sua simpatia e l’estro da narratore il suo pubblico.
Il piccolo Samuele ha mantenuto infatti un bel sorriso per tutto il racconto ed è andato via saltellando. Forse non significa niente, ma quando il teatro alleggerisce l’anima è il corpo a dare i primi segnali.
“E’ così che dovrebbero spiegarlo”. Questo il commento di uno dei giovani spettatori allo spettacolo di Valeria Cavalli che dopo un poderoso lavoro di sintesi e riscrittura di 5 versioni diverse mette in scena il capolavoro del Manzoni per la produzione di MTM- Fondazione Palazzo Litta per le Arti.
Va dato anche merito allo spettacolo di inserire per i ragazzi riferimenti a tematiche attuali come la violenza di genere, l’immigrazione e con ironia la pesantezza di dover nell’affrontare questo “ mattone “ di letteratura classica a scuola.
A quale classico della letteratura stai puntando ora Valeria ?
“Vorrei addentrarmi nell’ Odissea “ dice, e vorrebbe farlo con la sua solita leggerezza e con affianco (la chiama così nella nostra intervista) la “Signora Ironia “
SAMUEL ZUCCHIATI
QUESTO NON S’HA DA FARE / MTM-FONDAZIONE PALAZZO LITTA DELLE ARTI
“E’ così che dovrebbero spiegarlo”. Questo il commento di uno dei giovani spettatori allo spettacolo di Valeria Cavalli che dopo un poderoso lavoro di sintesi e riscrittura di 5 versioni diverse mette in scena il capolavoro del Manzoni per la produzione di MTM- Fondazione Palazzo Litta per le Arti.
In scena due attori, una coppia ben affiatata, Andrea Robbiano e Flavia Marchionni, sorretta da un particolare felice equilibrio. Lui sembra incarnare l’energia del buffone medievale con tutte le sue malizie e imprevedibilità, mentre lei porta una recitazione caricata con uno stile lineare e rassicurante. Si spalleggiano, creando un’interpunzione che da ritmo alla scena con i suoi battere-e-levare che sono necessari e puntuali per animare 5 atti e una storia narrata in 800 pagine.
Robbiano gioca volentieri con un pubblico interattivo, trovandovi gusto improvvisando e in alcuni tratti calcando la mano, ad ogni modo apprezzato e “tenuto a bada” dalla Marchionni.
La storia è incentrata su Lucia che pretende di realizzare il sogno di sposar Renzo e la sua pretesa nei confronti dell’autore di dare giustizia a quello che secondo il punto di vista della protagonista, ovviamente è un romanzo d’amore. La Marchionni da vita a una Lucia poco propensa ad aspettare e sperare alla provvidenza. La scrittura e la regia hanno voluto infatti creare una Lucia che combatte per sposare il suo Renzo contro l’arroganza dei Potenti . E qua la promessa sposa di pazienza ne ha poca e non le va giù che dovrà averne ancora parecchia perché il matrimonio arriverà solo negli ultimi capitoli.( Tutto ciò contro la provocazione di Umberto Galimberti che denuncia una certa passività del personaggio che
pervade anche il testo manzoniano e ne sconsiglia la lettura ai giovani,Nello spettacolo incontriamo proprio tutti da Don Rodrigo alla Monaca, da Don Abbondio ai bravi fino a quel girarrosti delle leggi dell’avvocato azzeccagarbugli (che-è-meglio-se-non-lo-chiami-così-che-poi-si-offende)
Ma da dove viene l’idea di questa versione teatrale del romanzo?
Abbiamo chiesto a Valeria come si sia svolto il processo creativo e sembra che sia stato lo scenografo Marco Muzzolon a porgere un semplice ramo per uscire dalle sabbie mobili in cui la messa in scena stava cadendo . “Marco ci ha portato questo ramo” e Claudio Intropido che ne ha curato la Regia, anche lui, si è mosso per smuovere il tutto con un mucchio di vistiti, fogli di carta e oggetti. A quel punto Valeria ci dice “e allora , ma sì andiamo avanti così, ci divertiamo” e così ho deciso di inventare nel gioco della creazione questa sorta di imbonitore che racconta la storia per sommi capi e che si alterna al personaggio letterario di Lucia che esce dal romanzo per far valere le sue istanze. L’esigenza di metterlo in scena nasce più che altro dal fatto che la scuola insiste a proporre I Promessi Sposi nei suoi programmi dalla fine dell’800 e d'altronde MTM non è nuova a spettacolare temi “scolastici” che hanno avuto un successo di pubblico. Fra tutti “Fuori misura” su Leopardi e “Scateniamo l’inferno!” incentrato sulla Divina Commedia sempre con Robbiano.Va dato anche merito allo spettacolo di inserire per i ragazzi riferimenti a tematiche attuali come la violenza di genere, l’immigrazione e con ironia la pesantezza di dover nell’affrontare questo “ mattone “ di letteratura classica a scuola.
A quale classico della letteratura stai puntando ora Valeria ?
“Vorrei addentrarmi nell’ Odissea “ dice, e vorrebbe farlo con la sua solita leggerezza e con affianco (la chiama così nella nostra intervista) la “Signora Ironia “
SAMUEL ZUCCHIATI


